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Le formiche della città morta

09/04/2015 10:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Le formiche della città morta

Simone (Simone Pietro Manzari) è uno spacciatore di Roma con il sogno di diventare rapper...

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Simone (Simone Pietro Manzari) è uno spacciatore di Roma con il sogno di diventare rapper. Preso dai debiti e da una vita senza prospettive, Simone cerca di sopravvivere tra le strade della capitale.


Presentato in concorso al Rome Indipendent Film Festival nel 2013, Le formiche della città morta è l'opera d'esordio del regista indipendente Simone Bartolini, che ha scelto Roma come ambientazione di un dramma urbano completamente all'interno della città che racconta. Sin dalle prime sequenze il film di Bartolini ambisce al racconto di un microcosmo di umanità e di uno specifico tessuto sociale che vive di proprie regole e proprie parole. Quasi con occhio documentaristico come esemplifica la presenza costante della camera a mano, il regista attraverso il personaggio di Simone si addentra in un mondo dentro al mondo, facendo compiere allo spettatore un viaggio da un percorso sotterraneo tra personaggi reietti, lontano dalle comuni luci con cui si ipotizza l'immaginario della Capitale.


Oltre all'approccio documentaristico, Le formiche della città morta vive comunque di un contesto drammatico quasi da opera di strada, dove il contesto è quello dello spaccio della droga, che però viene usato come veicolo per un film che è anche storia di sopravvivenza e insieme di speranza (forse disillusa). E l'impressione è che Le formiche della città morta azzecchi atmosfere e luoghi pur in una messa in scena e uno sguardo ancora acerbo e una certa estetica da "opera prima", ma si perda quando deve scegliere cosa dire e come dirlo. Un po' spaccato generazionale della gioventù perduta di oggi, un po' monito retorico (anche se ben velato), sull'abuso di droga degli stessi, fino a un cinismo finale che unisce una vita già segnata con la volontà di uscirne e di realizzare i propri sogni. E Le formiche della città morta pare allora funzionare di più come documento neutro anche se superficiale di una certa realtà metropolitana, nonostante non ne venga resa la complessità, ma molto meno efficace quando deve fare testo al cinema e la capacità di riadattare la realtà in qualcosa di più stratificato.


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