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Qualcosa di buono

09/11/2015 10:00

Livia Restano

Recensione Film,

Qualcosa di buono

Kate (Hilary Swank) è una pianista a cui viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica...

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Kate (Hilary Swank) è una pianista a cui viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica. Bec (Emmy Rossum) è una giovane universitaria scapestrata. Dopo aver licenziato l'infermiera di sempre, Kate decide di cercare una nuova persona disposta ad assisterla in casa. Alla sua porta si presenta proprio Bec: una ventenne tutta alcool&rock’n’roll, con evidenti problemi di autostima, invischiata in una liason con un professore sposato del suo corso. Ma dal momento in cui Kate decide di assumerla, inizierà per lei una nuova fase della vita, un'ultima indimenticabile svolta.


Diretto da George C. Wolfe e tratto dal romanzo di Michelle Wildgen, Qualcosa di buono riporta sullo schermo il Premio Oscar Hilary Swank non solo da attrice ma anche da produttrice della pellicola. Una pellicola strappalacrime che ricorda la storia del tetraplegico Philippe e del suo badante Driss nel film francese, campione di incassi, Quasi amici. L’aiuto, che si tramuta in una relazione emotiva dotata di forte coinvolgimento sentimentale, porta alla nascita di una nuova famiglia: non più solo il "malato" e i suoi parenti di sangue, ma il malato e il suo assistente. Trattandosi di una relazione a due è necessario che ci sia reciprocità: si crea uno scambio alla pari, in cui le premurose cure del giovane in salute vengono ricambiate da una cura d’amore. A differenza di Quasi amici, però, Qualcosa di buono - nonostante i numerosi momenti di comicità - calca la mano sul melodramma, dominato magistralmente dall'interpretazione di Hilary Swank. Emozionante sin dalle prime scene, nel film di Wolfe si ride e piange.


Il tema centrale della narrazione è la malattia, in questo caso la sclerosi laterale amiotrofica (SLA): la malattia diventa l’espediente narrativo propulsivo alla nascita dell’amicizia tra Kate e Bec, così come il tema della morte, intesa come tappa inevitabile del decorso della malattia, e esorcizzata grazie al personaggio della frizzante protagonista di Emmy Rossum. Quello che rimane alla fine è più consapevolezza e meno paura: della fine della vita e di qualsiasi tipo di fine in generale. Della malattia e di come questa muti le relazioni, intensificando quelle vere e spezzando - in maniera definitiva - quelle superficiali. Una narrazione intensa che mostra due donne, ognuna con i propri dolori - fisici o emotivi che siano - e ognuna in cerca del proprio riscatto, prima che sia troppo tardi. Un film al femminile, da vedere muniti di kleenex.


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