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Truth - Il prezzo della verità

10/19/2015 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Truth - Il prezzo della verità

L’apertura della decima edizione della Festa del Cinema di Roma è affidata a Truth di James Vanderbilt, film drammatico tratto dalle memorie di Mary Maper, prod

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L’apertura della decima edizione della Festa del Cinema di Roma è affidata a Truth di James Vanderbilt, film drammatico tratto dalle memorie di Mary Maper, produttrice di un reportage della trasmissione "60 Minutes" di CBS News, licenziata per non aver controllato le sue fonti in una campagna che sembrava costruita ad hoc contro il Presidente George W. Bush.


C’è una scena magnifica: l’esatto momento in cui tutti raccontano la verità, ma non c’è sonoro. Solo delle labbra che si muovono per raccontare ciò che lo spettatore sa già, perché la regia ha ricostruito accuratamente il lungo percorso di ricerca di informazioni che ha portato alla nascita del reportage e alla successiva messa in onda. Bellissima, perché da il senso di ciò che è in questo film la verità. Qualcosa che nessuno ha il coraggio di pronunciare. La regia mette in scena gli accadimenti del 2004: la ricerca delle informazioni, il presunto controllo delle fonti, il taglio e il confezionamento delle interviste/testimonianze, concentrandosi meticolosamente su tutti i dettagli della vicenda. Questa scelta non va a ledere la costruzione dei personaggi principali, che è anzi l’elemento di punta della pellicola. Mary Mapes e il volto della trasmissione Dan Rather sono descritti come persone, per deduzione rispetto al ruolo professionale. È attraverso la campagna per la denuncia di "favori" accordati da uomini potenti nei riguardi del giovane George W. Bush - che ottenne di entrare nell’aeronautica della Guardia Nazionale evitando di essere inviato in Vietnam - che riusciamo a comprendere la vera personalità dei due personaggi. Nella complicità tra i due risiede il baricentro delle dinamiche narrative: la Blanchett interpreta una donna ostica, veicolo di molti meta-significati, dedita alla figura del suo mentore professionale (Redford), perché legati da un qualcosa che va oltre la professione. L’ostinata convinzione di dover fare del proprio mestiere una missione di vita; essere talmente ossessionati dal ruolo stesso di depositari di una qualsivoglia forma di verità (spesso cospiratoria) da perdere il controllo delle proprie azioni. Per entrambi i personaggi le cause risiedono in qualcosa di estremamente personale, che li unisce. In questa scelta registica la pellicola riesce ad animarsi di una certa vitalità che le consente di sfruttare il potenziale del grandioso cast carismatico e annacquare la trasposizione manichea di uno script che appare decisamente verboso, come il testo di partenza.


Truth è indiscutibilmente un film di genere, quello incentrato sul lavoro delle redazioni e sulle inchieste, e ne riproduce correttamente tutti gli elementi scenici. L’aspetto originale è dato dall’abilità di James Vanderbilt (già sceneggiatore di Zodiac, qui al debutto in regia) nell’inserire dinamiche che sono esse stesse riproduzione metonimica del processo attraverso il quale i mezzi di comunicazione spesso inquinano le informazioni. Oppure le strumentalizzano, operando in maniera non conforme ai dettami della deontologia. Per cui gli elementi classici riescono a trovare una messa in scena più contemporanea grazie a delle scelte che "attualizzano" la pellicola: il dibattito sui blogger, le informazioni e le opinioni in rete, il linciaggio mediatico, la notizia che si costruisce su una dimensione sempre più social. Truth racconta un caso di cattivo giornalismo, con un fare indulgente rispetto ai protagonisti della vicenda, concentrandosi sui dilemmi etici della professione, che usa per far emergere lentamente, quasi torturandola, la complessità del personaggio femminile.


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