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Rocco e i suoi fratelli

03/08/2016 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Rocco e i suoi fratelli

Era il 1960 e la terra tremava ancora una volta nel cinema di Luchino Visconti, costringendo masse di disperati a fuggire verso nuovi orizzonti, verso un'altra,

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Era il 1960 e la terra tremava ancora una volta nel cinema di Luchino Visconti, costringendo masse di disperati a fuggire verso nuovi orizzonti, verso un'altra, inevitabile sconfitta. A dodici anni di distanza dal capolavoro neorealista ispirato a I Malavoglia, il regista milanese tornava a volgere il suo sguardo agli ultimi e alla questione meridionale, scegliendo di adottare, questa volta, il punto di vista dei migranti; di quegli uomini e donne in fuga da un mondo che ormai stava per finire. Nasceva così, nella fredda Milano del boom economico, delle case popolari, della miseria delle periferie, uno dei film più emblematici di un intero periodo storico e, insieme, una tra le opere più incisive di tutto il cinema italiano.


Non è un caso che, ancora oggi – proprio nei giorni in cui torna nelle sale in una versione restaurata e senza i deprecabili tagli di censura del tempo – al di là del fervore ideologico, oltre la rigorosa vocazione da spaccato sociale, Rocco e i suoi fratelli mantenga intatta tutta la sua carica drammatica ed emozionale; l'universalità di una storia capace, per intensità e padronanza espressiva, di sfiorare la portata del mito. Nelle disavventure familiari dei lucani Parondi - cinque fratelli e una madre vedova al seguito - e nella loro lotta per la vita, tra incontri di boxe, lavori saltuari e amori tormentati, c'è infatti più di una realtà esplorata e ricostruita minuziosamente, più di una visione politica forte ma irrimediabilmente datata: in Rocco e i suoi fratelli c'è, prima di tutto, la forza deflagrante e pervasiva del melodramma, il respiro classico e simbolico della tragedia. Messo da parte il verismo verghiano e accantonata l'autenticità di interpreti presi dalla strada, l'operazione di Visconti si colora delle tinte cupe e magniloquenti dell'epica, in un dramma dove la misera quotidianità cozza costantemente con l'enormità arcaica, violenta e ancestrale dei sentimenti e delle passioni. Sono, in fondo, due mondi a contrapporsi nel film dell'autore di Ossessione; due sistemi di valori antitetici in uno scontro di civiltà che ha già ben delineati vincitori e vinti, passato e futuro di un'umanità che non sarà mai più la stessa. É all'ombra del nascente stile di vita piccolo borghese - quello inseguito da Ciro e Vincenzo, quello visto con diffidenza da Rocco, quello disprezzato e irriso da Simone - che vengono allora a definirsi le dinamiche dietro agli inconsapevoli protagonisti, delineandone i contrasti, preparandone la tremenda disfatta, il sacrificio finale che ne sancisca definitivamente la perdita d'innocenza.


Con una eccezionale padronanza formale ed espressiva, servendosi di un bianco e nero marcato ed evocativo, di soluzioni audaci e di una messa in quadro fortemente simbolica, Visconti compone - in capitoli dedicati a quattro dei cinque fratelli - un romanzo popolare intriso di suggestioni letterarie (da Giovanni Testori a Thomas Mann), dove la realtà si trasfigura fino a deflagrare su se stessa, tra tensioni fratricide, amore familiare, violenza cieca e disperazione. Un crescendo drammatico e costante di rabbia, frustrazione e vendetta che esplode nella devastante sequenza all'idroscalo e si spegne negli sguardi smarriti di Renato Salvatori e Alain Delon. Nel dramma di una sconfitta, di un desiderio frustrato per l'ultima volta.


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