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L'uomo invisibile

09/11/2009 10:00

Davide Tecce

Recensione Film,

L'uomo invisibile

Jack Griffin è un giovane e ambizioso scienziato che si è iniettato un composto chimico, da lui stesso creato, in grado di renderlo invisibile...

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Jack Griffin è un giovane e ambizioso scienziato che si è iniettato un composto chimico, da lui stesso creato, in grado di renderlo invisibile. La genialità dell’invenzione, tuttavia, anziché portargli gli onori e la fama che desiderava, lo costringe ad una vita da emarginato, obbligato continuamente a fuggire. Assediato dalla curiosità morbosa della gente, frustrato dalla vanità dei tentativi di trovare un antidoto, egli impazzisce e decide di cercare la gloria in un altro modo: instaurando un regno del terrore, facendo dell’uomo invisibile una minaccia onnipresente e incontrollata, dichiarando guerra alle autorità e al mondo intero.


Herbert Gorge Wells, uno dei padri del genere fantascientifico, nel 1897 scriveva The invisibile man, facendone un’opera che, analogamente alle altre della sua ampia ed eccelsa produzione letteraria, risultava capace di fondere insieme l’elemento dell’immaginazione con quello della riflessione psicologica e sociale. Il progresso scientifico-tecnologico (l’invisibilità come straordinaria invenzione resa possibile dall’evoluzione della conoscenza umana) si intrecciava alla riflessione psicologica e sociale e agli effetti dell’invenzione stessa sulla mente dell’uomo e sul suo comportamento, analizzati in un percorso di progressiva degenerazione fisica e morale. Il risultato fu quello di aver gettato sul futuro uno sguardo inquieto che a tutt’oggi nulla ha perso della sua attrattiva e lungimiranza.


Quando fu avanzata l’idea di realizzare la trasposizione cinematografica del testo, l’impresa si preannunciava piuttosto complessa, soprattutto considerando il disappunto di Wells era rimasto per alcuni precedenti tentativi di raccontare i suoi capolavori sul grande schermo (in particolar modo L’isola delle anime perdute del 1932, adattamento poco efficace del suo noto romanzo The island of Dr. Moreau). Fortunatamente questa volta la sorte fu ben diversa: L’uomo invisibile si è dimostrato non solo una conversione su pellicola all’altezza dell’originale, ma anche uno dei risultati più suggestivi ed appassionanti del genere fantascientifico, un’opera il cui valore e fascino nulla hanno perduto nel corso degli anni.


Tra i principali punti di forza del film si segnala in primo luogo l’abile regia di James Whale, giovane cineasta di origini inglesi che, emigrato a Hollywood qualche anno prima, aveva già firmato horror di grande successo, quali Frankenstein del 1931 e Il castello della paura del 1932. Sulla base della solida sceneggiatura fornita dall’opera letteraria, la direzione tecnica di Whale costruisce una perfetta cadenza narrativa, sostenuta da un ritmo trascinante che alterna efficacemente elementi di commedia ed ironia ad altrettante scene di più cupa e drammatica tensione. L’interpretazione di Claude Rains, che veste i panni (scomodi) del protagonista, appare d’altronde non meno memorabile. Da sottolineare come, pur rappresentando essa una delle situazioni più difficili che un attore possa trovarsi ad affrontare nella sua carriera (conquistare la scena senza tuttavia potervi mai apparire fisicamente), il risultato raggiunto sia eccellente: il suo forte senso della presenza scenica, l’indimenticabile risata beffarda, la voce sprezzante, conferiscono al personaggio di Griffin quella consistenza e quella palpabilità che hanno fatto di lui uno dei più convincenti villains della storia, suscitando sensazioni in perenne bilico tra avversione, paura e compatita comprensione.


A completare il quadro d’eccellenza interviene infine il maestro degli effetti speciali John P. Fulton, chiamato non a caso “l’uomo dei mostri” (fu lui a curare il look di alcune tra le più spaventose comparse hollywoodiane, dalla mummia alla moglie e al figlio della creatura di Frankenstein, da Dracula all’uomo lupo sino – appunto – a quello invisibile), il quale realizzò una serie di trucchi tanto ingegnosi e curati da risultare ancora oggi stupefacenti. Pur a distanza di quasi ottanta anni, L’uomo invisibile costituisce dunque una pellicola godibile e soddisfacente, sicuramente in grado di coinvolgere lo spettatore senza rinunciare allo spessore di un intreccio che fa riflettere sulle conseguenze che spesso accompagnano l’ambizione e il progresso scientifico privi di uno sforzo, altrettanto energico, di elevazione spirituale. Indubbiamente si tratta di uno degli appuntamenti impedibili per ogni amante della fantascienza, ma rimane una visione estremamente consigliata a tutti i cultori del cinema in generale.


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