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Furore

10/06/2009 10:00

Davide Tecce

Recensione Film,

Furore

Un classico, un capolavoro fra i road movie

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Nel 1939 John Steinbeck scriveva uno dei grandi capolavori della narrativa americana, The Grapes of Wrath (letteralmente I semi dell’odio, tradotto in Italia come Furore). Dalle pagine del testo emergeva un’analisi sociologica impietosa e feroce, attraverso la quale l’autore si scagliava contro quelle distorsioni della società statunitense rese ancora più gravi ed evidenti dalla pesante recessione economica in atto nel Paese: la disgregazione dei nuclei familiari, la violenta scomparsa della piccola proprietà privata, la miseria delle condizioni di vita delle migliaia di migranti, gli episodi di xenofobia e razzismo nutriti nei loro confronti dagli altri cittadini americani. Accompagnato da numerose polemiche e forti accuse politiche, Furore lasciava trasparire, nelle battute conclusive del romanzo, una critica rivolta non solo all’ordinamento politico, sociale ed economico degli Usa, ma più in generale alla drammatica situazione dell’intera umanità stessa, trovando un ultimo, effimero conforto nel sentimento spontaneo della pietà.


L’anno successivo (1940), John Ford, considerato politicamente un conservatore, diresse il processo di trasposizione cinematografica del testo di John Steinbeck (iniziativa resa tutt’altro che facile dal particolare taglio stilistico del libro) realizzando uno dei film hollywoodiani più progressisti e liberali di sempre. Il Furore di John Ford nulla sacrifica della complessità e del fascino dell’opera letteraria. Gran capolavoro dei road movie, esso ci racconta della tragica odissea dei Joad, povera famiglia di piccoli agricoltori dell’Oklahoma vittime di una situazione più grande di loro, costretti ad abbandonare tutto ciò che hanno di più caro, nella speranza di inseguire un futuro migliore lontano da una terra nella quale non è più consentito loro di esistere.


Nel passaggio dal medium stampato a quello audiovisivo, inevitabilmente si sono resi necessari alcuni accorgimenti volti ad adattare il soggetto del racconto alla diversità dei due canali: cambia il ruolo di alcuni personaggi, ne scompaiono degli altri, mutano determinate situazioni. Il punto più controverso fu in ogni caso rappresentato dal finale imposto dalla produzione, per sostituire al pessimismo di Steinbeck un messaggio di maggiore fiducia, in linea con il New Deal e il rilancio dell’economia operato dall’allora presidente Roosevelt. Fortunatamente il risultato complessivo non risentì di questi tagli e pressioni, dimostrandosi anzi assolutamente soddisfacente, probabilmente una delle conversioni meglio riuscite nella storia del cinema. La fedele sceneggiatura (che al di là delle interferenze della produzione conserva intatta la feroce profondità critica del romanzo), la magistrale direzione tecnica di John Ford, la straordinaria prova degli attori, il bianconero struggente e austero di Gregg Toland (che, come disse il regista, «Non aveva nulla di bello da fotografare» nello spoglio e polveroso paesaggio della desolata prateria nordamericana), confezionano un’autentica vetta della filmografia drammatica. Le caratteristiche più straordinarie e meritevoli rimangono indubbiamente la sua stupefacente attualità (e non solo per la condizione di crisi, nel senso più ampio del termine) ma, soprattutto, la delicata eppur toccante partecipazione con cui lo sguardo narrativo accompagna le terribili vicende umane della famiglia Joad, consegnando allo spettatore alcune delle sequenze emotivamente più travolgenti di sempre (un esempio: la scena in cui mamma Joad dà l’addio a tutti i suoi ricordi di una vita, con in sottofondo le note del celebre motivo Red River Valley).


Senza dimenticare inoltre che Furore costituisce, anche a distanza di tanti anni, un’esemplare dimostrazione di come il cinema possa e debba affrontare serenamente il percorso di trasposizione sul grande schermo dell’opera letteraria anche più complessa, non in un’ottica di passiva rivisitazione della stessa, ma in qualità di progetto complementare che sappia cogliere gli aspetti essenziali del testo di riferimento, per rielaborarli poi in una prospettiva differente ed originale, capace di sfruttare al meglio le potenzialità specifiche del medium preso in esame. Anche da questo punto di vista, la pellicola di John Ford ha saputo mostrare la strada in maniera eccellente, ritagliandosi un ruolo imprescindibile nella storia cinematografica.


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