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Fame - Saranno famosi

12/10/2009 11:00

Daniela Silvestri

Recensione Film, musicale, saranno famosi,

Fame - Saranno famosi

A quasi trent’anni dall’originale film di Alan Parker (Fame, 1980), verrebbe da chiedersi da dove nasca tutta questa esigenza di un remake di un mostro sacro de

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A quasi trent’anni dall’originale film di Alan Parker (Fame, 1980), verrebbe da chiedersi da dove nasca tutta questa esigenza di un remake di un mostro sacro del cinema mondiale che in tutti questi anni ha resistito con la sua estrema attualità, così come anche la famosa serie tv omonima, trasmessa ad oltranza nei palinsesti digitali e nostalgici. Una generazione di talenti rimase ammirata e colpita nel segno dal film di Parker. Una scuola fatta di passioni intense, sudore, carica, adrenalina, successo e fatica che oggi, seppur abbia disseminato frotte e frotte di emuli (da X factor a Academy e Amici) da una parte all’altra del pianeta, rimane un lontano ricordo che le generazioni attuali non potranno mai capire fino in fondo. Fame – Saranno famosi, parte quindi con la pesante eredità che, nonostante il tentativo di smaltirla per intraprendere una visione senza pregiudizi o paragoni col passato, torna necessariamente a galla fotogramma dopo fotogramma, quando ci si accorge cioè che di quel film altri non è rimasta che Angela Simms, dura insegnante tutta d’un pezzo, allora turbamento di ballerini e ballerine di tutto il mondo, e oggi preside imbonita dall’età e dal tempo. Il distacco dal lontano precursore non sarebbe neanche un problema se solo l’ultimo arrivato fosse più accattivante e trovasse un minimo di identità che lo distingua da cugini e fratelli quali Step up o A time for dancing.


Il film prende le mosse dai provini per accedere alla New York High School of Performing Arts, una scuola straordinaria e ambita nel mondo delle arti dello spettacolo e prosegue vorticosamente per i successivi quattro anni che porteranno al diploma del gruppo di artisti selezionato. In questi anni la vita di ognuno cambierà per sempre, e cambiamenti così profondi dovrebbero esser descritti ben al di là di cambi di trucco e pettinature, e inoltre nascondono tutta la gavetta e le difficoltà che attanagliano la vita degli artisti, sotto la ben più immediata facciata di facili ingaggi e delusioni poco credibili. Tutto è accelerato, più che a un film si ha l’impressione di assistere ad un video di MTV e le caratterizzazioni dei protagonisti, dal poeta di strada alla rampolla di buona famiglia, ne escono come macchiette di un serial adolescenziale.


Una nuova generazione di artisti che canta rap, campiona musica, ambisce a piccole parti in serial tv, disdegna Bach per l’hip hop e, complici le nuove tecnologie e le nuove forme di comunicazione, cerca di farsi largo nel marasma odierno alla ricerca di un successo che sembra sempre dietro l’angolo e, il più delle volte, lo è davvero. E sebbene la scuola voglia trasmettere il messaggio che ogni talento non può andare troppo lontano senza una ferrea disciplina, tale disciplina aleggia di tanto intanto e tutto ha più il sapore del recital di fine anno di una scuola di quartiere. Prevalgono i sentimenti, le morali da manuale, ma di pagare col sudore i propri sogni ambiziosi non se ne parla. Forse le generazioni di oggi rimarranno affascinate dall’innegabile talento del cast di cantanti e ballerini, dalle scenografie accattivanti e dalle coreografie ben congeniate, ma i ragazzi di quel mitico 1980, continueranno sicuramente a preferire bacchette di legno, scaldamuscoli logori e l’atmosfera umida e cupa della New York di fine anni Settanta, che emanava una luce così particolare da guidare i sogni di tanti. Una cometa di Halley che non si è più rivista.


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