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Borat - Studio Culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan

10/16/2009 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Borat - Studio Culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan

Direttamente dal programma di culto Da Ali G Show, il comico inglese di origine ebraica Sacha Baron Cohen trasferisce sul grande schermo uno dei personaggi di m

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Direttamente dal programma di culto Da Ali G Show, il comico inglese di origine ebraica Sacha Baron Cohen trasferisce sul grande schermo uno dei personaggi di maggior successo dello show: lo sgangherato, volgarissimo e politicamente scorretto reporter kazako Borat Sagdiyev. Grazie a un finanziamento del suo Ministero degli Esteri, Borat parte per gli Stati Uniti, accompagnato dall’obeso e inutile Azamat per un reportage divulgativo dell’American Way of Life da distribuire in Kazakistan. Durante il viaggio vede una puntata di Baywatch, si innamora perdutamente di Pamela Anderson e sabota la produzione guidando il suo scassatissimo furgoncino verso la California per raggiungerla.


Il film è uno spietato, sboccato, spudorato e delirante “confronto” tra le abitudini, gli usi e i costumi di due paesi dalle culture totalmente differenti: impietosa la descrizione del Kazakistan (che il governo del paese non ha assolutamente gradito) anche se completamente distorta e palesemente caricaturale; ancora peggiore quella degli USA di cui vengono smascherate convenzioni di facciata e convinzioni nascoste ma ben radicate. Cohen ha in mente un solo obiettivo: essere uncorrect a tutti i costi e il suo Borat è tutto quello che la Società Moderna disprezza, almeno a parole: sessista, razzista, antisemita, omofobo, sessuomane e volgarissimo. Nell’ora e mezza di pellicola riesce a far insorgere tutte le comunità con cui viene a contatto; kazaki, americani, donne, neri, ebrei, handicappati, zingari e omosessuali sono i bersagli della genuina e straripante ignoranza e delle convinzioni medievali del reporter. Il Kazakistan è un paese mostruosamente arretrato dove le macchine vengono trainate dai buoi, ci si diverte guardando la “corsa dell’ebreo”, lo stupratore del villaggio è una celebrità ed è un vanto avere la sorella che risulta essere la “quarta prostituta del Paese”, con tanto di coppa di riconoscimento. Ma Borat si fa beffe anche degli Stati Uniti: assolutamente impagabile quando chiede all’armaiolo l’arma adatta per uccidere un ebreo e si sente rispondere “probabilmente una nove millimetri” o quando si interessa della velocità da tenere affinché il suo Hummer possa uccidere uno zingaro (“bastano 55 all’ora”). Da antologia infine la scena del Rodeo in cui, dopo aver augurato all’Iraq terribili disgrazie tra i boati della folla, canta sulle note di The Star-Spangled Banner un totalmente inventato e assolutamente insultante inno kazako, con una grammatica da delirio.


Proprio il minestrone linguistico del tutto sgrammatico con cui si esprime Borat è uno dei pezzi forti del film, pertanto è caldamente consigliato guardarlo in lingua originale con i sottotitoli. Il limite del film sta nella sua comicità da sketch: molte sono davvero riuscitissime, ma il ritmo non rimane sempre sostenuto e a volte accusa qualche calo, oltre alla sovrabbondanza di gag ad alto tasso di stupidità e volgarità, a sfondo scatologico e, particolarmente, sessuale (un “duetto” sul letto tra Borat e Azamat è da iscrivere di diritto tra le scene più disgustose della storia del Cinema). Ma vedere Cohen cercare di respingere gli scarafaggi “inviati dagli Ebrei” con dei soldi o cercare di rapire la Anderson con un sacco di iuta non ha davvero prezzo. Becero, urticante, divertentissimo.


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