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Il figlio più piccolo

02/18/2010 11:00

Stefania Nani

Recensione Film,

Il figlio più piccolo

Dall’Italia di ieri (Gli Amici del Bar Margherita) all’Italia di oggi...

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Dall’Italia di ieri (Gli Amici del Bar Margherita) all’Italia di oggi. Con Il figlio più piccolo Avati cambia registro: dalla coralità all’intimità. Se la prima prende forma dalle storie intrecciate di un gruppo e si evolve nel racconto delle singole personalità, la seconda si nutre delle intime vicende di una famiglia per rendere lo specchio di un intero paese.


La storia è imperniata sulla figura di Luciano Baietti (Christian De Sica), padre di due piccoli figli e compagno di Fiamma (Laura Morante). Il giorno stesso in cui decide di sposarsi, ufficialmente per “regolarizzare” la famiglia, l’uomo scompare di colpo, non prima di aver fatto firmare all’ingenua neo-moglie alcuni documenti che gli garantiscono importanti proprietà nel Lazio, “regolarizzando” così il suo futuro economico. Marito e padre ignobile, cinico immobiliarista, Luciano è consigliato dall’ancor più spregiudicato Sergio Bollino (Luca Zingaretti), commercialista dalla smisurata creatività finanziaria. Insieme, i due fondano la Baietti Enterprise, una holding che sta in piedi solo attraverso sporchi traffici, raccomandazioni e opportunismo sfrenato. Contemporaneamente, a Bologna, Fiamma cresce i due figli che, dotati di diverse sensibilità, sviluppano un sentimento opposto nei confronti di un padre che non hanno pressoché conosciuto. Paolo, il più grande, guarda in modo lucido alla vigliaccheria del genitore; Baldo, il giovane, alimenta il mito di un fantasma che vorrebbe abbracciare. Fiamma, dal canto suo, vittima di attacchi di depressione e schiava di psicofarmaci, rifiuta talmente di elaborare la fuga del marito che arriva quasi ad idolatrarlo, rasentando la stupidità. Nel tentativo di salvarsi da un crollo finanziario Luciano, mosso dal burattinaio Bollino, recupera il figlio Baldo, dimenticato ormai da anni, per trasferirgli tutti i suoi fallimenti, fingendo di lasciargli un patrimonio.


Per la terza volta alle prese con la figura di un padre, Pupi Avati oggi ci presenta il peggiore, simbolo dei nostri tempi. Un padre senza scrupoli che, con estrema facilità, spazza via dalla sua vita moglie e due figli, ma soprattutto un uomo la cui unica ragion di vita è il successo che egli interpreta esclusivamente dal lato economico. La smania di possesso e il divieto di ottenerlo in modo pulito travolgono Luciano e suoi collaboratori, sanguisughe pronte ad abbandonarlo al primo passo falso. Il soldo che apre ogni strada allo spregiudicato immobiliarista e al suo commercialista è lo stesso che chiude loro ogni orizzonte. Luciano è figlio di una società in cui, come afferma il regista, “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”. Avati ama tutti i suoi personaggi, specie gli eroi negativi, l’ha dimostrato sin dagli esordi e lo ribadisce in questa ultima produzione. Luciano sbaglia, osa, esagera e compromette la sua stessa esistenza, ma l’autore gli lascia l’opportunità di redimersi, una possibilità, una speranza. Lo intuiamo e basta. Il finale rimane aperto: suggerisce ma non risolve. Fiamma bilancia l’egoismo accecato dell’ex marito con un’ingenuità estrema che tocca il confine della stupidità. Chiusa in un mondo irreale, la donna disarma infine con la sua “diversità” che pare preservarla dalla cruda realtà. Da trait d’union, la spettacolare figura di Baldo si presenta come un tonto, incapace di discernere, vittima della madre troppo presente e, paradossalmente, del padre da sempre assente. La sensibilità del giovane figlio in realtà riscatta la sua apparente dabbenaggine. Baldo va al macello nelle braccia del padre soprattutto per amore di una madre “diversa, come sono diversi quelli che sono diversi”, che egli percepisce essere unica nella sua follia. La débacle di Luciano, infine, si risolve in un crescendo di scene deliranti e grottesche in cui la crudeltà della storia si intreccia a doppia mandata al sorriso, seppur amaro. La ferocia di certi pensieri e atteggiamenti, così come la debolezza di altri, amplifica le emozioni, descrivendo sentimenti così attuali, così veri. De Sica, credibile nel ruolo drammatico, dà una marcia in più al cinismo di Luciano, scivolando a tratti nella comicità che da sempre lo contraddistingue, conferendo al suo personaggio la giusta dose di grottesco. La Morante si conferma una brava attrice, specie nei duetti con Nicola Nocella (Baldo), rivelazione assoluta, capace di rara intensità. Non sorprende invece Zingaretti, semplicemente si conferma un ottimo interprete anche nei panni di un eroe negativo. Magistrale.


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