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Invictus - L'invincibile

03/01/2010 11:00

Luca Lombardini

Recensione Film,

Invictus - L'invincibile

Clint Eastwood, conservatore e ortodosso, lascia il posto a uomo del nuovo millennio

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Dopo 25 anni di lavori forzati Nelson Mandela viene scarcerato, le elezioni lo consacrano presidente del Sud Africa. I campionati mondiali di rugby, ormai alle porte, si trasformano, per volontà del nuovo leader politico, nell’irripetibile occasione di unire, sotto un’unica bandiera, un paese dilaniato dalle conseguenze dell’apartheid.


Il Clint Eastwood conservatore e ortodosso non esiste più. Al suo posto un uomo del nuovo millennio, che ha definitivamente familiarizzato con le dinamiche di integrazione. Se di Invictus interessa un aspetto che non sia esclusivamente registico o narrativo, diventa necessario soffermarsi sulla sua matrice ideologica e sentimentale. Mai, nella recente produzione eastwoodiana, era accaduto che gli opposti, pur emotivamente legati, giungessero a finale e felice riconciliazione. Mystic River celebrava il funerale di un’amicizia incapace di cicatrizzare le profonde ferite adolescenziali, mentre Million Dollar Baby portava alla luce egoismi e avidità familiari, scorza sul cuore talmente dura da non scalfirsi nemmeno in presenza di un terminale letto d’ospedale. Poi Gran Torino; e l’inizio della svolta. L’anziano reduce trova affetto e comprensione tra i lineamenti e l’idioma combattuti in guerra: il moto di protezione nei confronti della nuova realtà lo conduce fatalmente alla morte. Invictus rappresenta lo step successivo, il western definitivo diretto da Clint Eastwood: al termine del quale i nativi, tramite il perdono e la comprensione predicati dal loro spirito guida, si riprendono la propria terra, per dividerla, in pace, con i coloni, un tempo violenti ed usurpatori. Fin qui le note liete, le metaforiche chiavi di lettura in grado di trasmettere interesse per un’opera che appartiene senza dubbio alla produzione minore del regista. Invictus procede ciclopico, a tratti timido ed esageratamente classico come fecero Flags of our Fathers prima e Changeling poi; mortificato da disgraziate scelte di doppiaggio, evidenzia ingiustificabili lacune di scrittura.


La pellicola, di certo non politica o documentaristica, finisce comunque per confinare Mandela al ruolo di semplice appassionato della palla ovale, lasciando che il divenir mutando di una paese sprizzante odio tra bianchi e neri venga trasmesso allo spettatore, più o meno preparato sulla realtà storica, attraverso facili istantanee che troppo sanno di scorciatoia (il pacchetto di protezione presidenziale interraziale, la gita nel carcere di massima sicurezza o la domestica di colore, prima invisibile poi addirittura in tribuna d’onore per assistere alla finalissima). Per nulla esente da colpe, infine, Anthony Peckham, sceneggiatore totalmente a disagio con le dinamiche dello spogliatoio sportivo, pressoché inadatto a trasmettere a chi guarda i perché e i per come della crescita sportiva e spirituale degli Springboks. A salvare Invictus dall’anonimato provvedono, per sua e nostra fortuna, due momenti di assoluta poesia registica, tanto ermetica quanto efficace. L’incipit, con la macchina da presa che, sollevandosi in un dolce dolly, dice già tutto su ciò che accadrà: una strada, due campi da gioco; in uno, quello con le inferriate dipinte di fresco, giovani aspiranti rugbisti dalla pelle bianca. Nell’altro, delimitato da un’arrugginita e cadente rete metallica, bambini di colore inseguono a piedi nudi una palla di stracci. In chiusura, invece, il definitivo colpo di classe, con Mandela immortalato mentre attraversa il sottopassaggio a pochi minuti dall’inizio di Sud Africa-Nuova Zelanda. Invictus riesce così nell’impresa di strappare la sufficienza. Forse Eastwood e alcuni dei suoi difetti cronici c’entrano ben poco. Maggiori responsabilità le ha District 9, il fantacult di Neil Blomkamp che pochi mesi fa già tutto ci aveva detto e ricordato sull’apartheid.


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