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Cella 211

03/12/2010 11:00

Stefano Camaioni

Recensione Film,

Cella 211

Il secondino Juan Oliver, al suo primo giorno di lavoro, si presenta con largo anticipo sul suo turno di guarda per fare una buona impressione al direttore carc

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Il secondino Juan Oliver, al suo primo giorno di lavoro, si presenta con largo anticipo sul suo turno di guarda per fare una buona impressione al direttore carcerario, carico di grandi aspettative e fiero della posizione ottenuta. Durante la visita un blocco nel soffitto cede e lo colpisce alla testa tramortendolo; senza troppa esitazione, i suoi colleghi lo ripongono temporaneamente in una cella libera per lasciarlo riposare. Nello stesso momento, il carismatico galeotto Malamadre da inizio ad una rivolta premeditata all'interno del carcere per cui Juan, messo alle strette, è costretto a fingersi anch'egli un criminale dietro le sbarre. Fuori dalle mura una moglie ed un figlio nascituro lo attendono: dovrà lottare per riabbracciarli.


Se la Spagna non fa che guadagnare consensi da qualche anno a questa parte è perché può vantare una moderna generazione di cineasti che riescono a riportare a degli ottimi livelli il cinema di genere. Cella 211 rappresenta un'aspra critica sociale e politica servendosi di una storia avvincente e carica di suspence come mezzo per coinvolgere lo spettatore. Pur seguendo diligentemente gli stilemi dettati dal vecchio cinema d'azione, il film riesce a separarsi dagli stessi e a riproporre in una nuova chiave, più moderna e dinamica, una storia per molti versi classica ma che non si accosta minimamente alla banalità. Malamadre (Luis Tosar) ha così tanto carisma che fin dal primo momento è praticamente impossibile non tifare per lui, un personaggio coinvolgente che affascinerebbe qualunque spettatore con un semplice sguardo. L'unico vero limite sta forse nella poca originalità del racconto che, specie agli amanti delle situazioni da “barricata”, ricorderà tante altre pellicole di genere. Quindi, seppure giocati molto bene, gli elementi presenti nella pellicola sono soltanto in parte limitati da un racconto che non concede grandi tocchi di originalità, non sempre necessari nel cinema, in particolar modo quando vengono sfornati film così interessanti e godibili.


Cella 211 è un film onesto, senza eccessive pretese, che vive di quello che dà e non si concede mai cadute di stile, rimanendo su un ottimo livello che, per l'ennesima volta, consacra il connubio magico delle produzioni franco-spagnole, da anni considerate le madri del nuovo cinema d'autore.


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