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Alice attraverso lo specchio

23/05/2016 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film, fantastico, disney live action, alice,

Alice attraverso lo specchio

A sei anni di distanza, il sequel di Alice in Wonderland

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Dopo aver dedicato gran parte della sua carriera cinematografica alla rappresentazione di universi gotici e tenebrosi abitati da outsider anticonformisti e ribelli come Edward Mani di Forbice, nel 2010 Tim Burton decide di realizzare un fantasioso e bizzarro adattamento cinematografico di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol. Nonostante problematiche evidenti, il film riscosse al botteghino un successo strepitoso tanto da portare subito la Walt Disney Pictures a programmare un altro capitolo. Burton, però - come già per la saga di Batman - decide di non continuare l’opera e lascia il timone di regia a James Bobin, autore de I Muppets, rimanendo però legato al progetto solo in veste di produttore. E così, a sei anni di distanza dalla pellicola originale, Alice attraverso lo specchio ripresenta la medesima formula iniziale ma la impreziosisce con rimandi cinefili e letterari che, assistiti da effetti speciali di ultima generazione e da un’eccellente computer grafica, compongono un mosaico bizantino senza precedenti.


Londra, 1785. Dopo essere diventata capitano della Wonder, la nave di suo padre, Alice (Mia Wasikowska) torna a casa e si prepara per un nuovo viaggio in Cina. Hamish Ascot (Leo Bill), però, che intanto ha ereditato l’impresa di famiglia è ancora mortificato per il pubblico rifiuto ricevuto e decide di non finanziare la sua spedizione. Delusa e arrabbiata, Alice si rifugia nel Sottomondo dove i suoi amici sono preoccupati per la sorte del Cappellaio Matto (Johnny Depp) che ha perso la sua moltezza. Avendo ritrovato il suo primo cappello, infatti, egli crede che la sua famiglia non sia morta nel giorno Orristraziante e, quindi, chiede alla ragazza di utilizzare la cronosfera per tornare indietro nel tempo e scoprire la verità. Fuggendo dal Tempo in persona (Sacha Baron Cohen) e guardando il passato con i suoi occhi, Alice scoprirà sia i segreti dei suoi nemici che quelli dei suoi amici, capendo così che non è possibile cambiare ciò che è ormai accaduto ma solo imparare dagli errori commessi.


Alice in Wonderland, fondendo un fantasy elegante e genuino con la stravaganza barocca più pura, si connotava come il sogno psichedelico di un regista visionario e affabulatore. Alice attraverso lo specchio, invece, è piuttosto un miraggio manierista e futurista che preferisce una frenesia vorticosa e fulminea per destrutturare e ricostruire l’iniziale impianto scenico pittoresco. Linda Woolverton, già sceneggiatrice di Maleficient, infatti, rende i viaggi nel tempo l’unico leitmotiv dell’intera storia, portando la pellicola, sin dai primi fotogrammi, ad assumere immediatamente il sembiante del prequel mascherato da sequel. James Bobin, impugnando allora l’arma avanguardista del mero surrealismo, suggerisce che il Tempo - acerrimo nemico di ogni uomo - possa essere fermato, manipolato e persino imbrogliato e plasma continue lotte di ingranaggi che scricchiolano, cimiteri di orologi che si liquefano e incubi di lancette che si fermano in un istante destinato a durare per l’eternità. In questo modo, gli errori commessi si presentano sempre uguali a se stessi ma il loro ricordo amplifica i dolori presenti e li riempie di vorace malinconia. L’impertinente saccenza della protagonista, dunque, cozza prepotentemente con il raziocinio glaciale dell’uomo meccanico tanto che la sua corsa contro il Tempo, diviene la fuga da ogni tempo possibile. Avvolgendo personaggi e spettatori in vortici centripeti di tridimensionalità ed effetti speciali che sembrano rendere ogni chimera meno eterea e impossibile, Bobin delinea Alice attraverso lo specchio come una moraleggiante favola che, dopo aver folgorato con la propria irruenza ottica e scenografica, ricorda l’importanza sempiterna della famiglia.


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