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Cell

07/12/2016 10:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Cell

Un adattamento, piuttosto debole, del romanzo di Stephen King

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Un misterioso impulso elettromagnetico trasmesso attraverso i cellulari inizia a prendere controllo della mente delle persone, tramutandole in una sorta di stato violento e primordiale. Lo scrittore Clay Riddell (John Cusack), miracolosamente sopravvissuto al segnale assieme ad altri superstiti, tra cui Tom McCourt (Samuel L. Jackson), cerca di contattare la propria famiglia prima che sia troppo tardi.


Basato sull'omonimo romanzo di Stephen King, anche co-autore della sceneggiatura assieme ad Adam Alleca, Cell è il quarto film di Tod Williams, già regista del secondo capitolo della famosa serie di Paranormal Activity. Quando un misterioso impulso trasmesso tramite i cellulari rende quasi tutta la popolazione mondiale violenta e brutale, il sopravvissuto Riddell va alla ricerca della moglie e del figlio sperando di trovarli ancora vivi. Nonostante la presenza del nome dello stesso King in sceneggiatura, Cell - sorta di dramma di fantascienza post/apocalittica con influenza horror - pare quasi dimenticare l'ingombro dell'immaginario del celebre scrittore americano per guardare più da vicino al mondo della serialità televisiva. Lo sviluppo della trama appare simile a un lungo pilota e la messa in scena non si spinge oltre una consolidata mediocrità visiva.


Più che a King, il film di Tod Williams pare voler assomigliare a The Walking Dead, tra stereotipi da immaginario zombie e personaggi caratterizzati al minimo. Cell è un adattamento debolissimo - a cui manca anche solamente una discreta fattura di genere - dove la tensione e la paura paiono assenti ingiustificati, la sci/fi è solo un pretesto e l'orrore difficilmente scuote anche lo spettatore più pigro. Tra una scrittura che soffre di uno schematismo eccessivo e un film che sostanzialmente non racconta quasi nulla, tutto appare senza mordente al punto da sfiorare la noia come qualunque riflessione possibile sul ruolo della tecnologia nel presente o una presunta critica alla società schiava dei dispositivi elettronici. Una mancanza di forza cinematografica e narrativa, che smorza e appiattisce anche un finale discreto che in altre mani avrebbe avuto un peso differente.


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