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L'estate addosso

09/01/2016 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film, muccino,

L'estate addosso

Un road movie, un viaggio di formazione, il racconto di una stagione della vita dal regista de La ricerca della felicità

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Italiano e al suo decimo film. Parliamo di Gabriele Muccino, che torna a far parlare di sé portando alla 73ma edizione della Mostra di Venezia L’estate addosso, nella nuova sezione Cinema nel Giardino. La pellicola è un road movie, un viaggio di formazione, il racconto di una stagione liminare che diventa metafora di transizione dall’adolescenza all’età adulta.


Marco (Brando Pacitto) è romano, sta per prendere il diploma e ha una fissazione particolare con il tema della morte. Ci pensa di continuo, nonostante la sua giovane età. Si trova in questa fase della sua vita a prendere decisioni che condizioneranno il suo futuro, per questo motivo è perennemente in crisi, combattuto su quale percorso intraprendere nei prossimi mesi. Ma, nonostante il pessimismo cosmico e il suo carattere poco deciso, Marco è un ragazzo fortunato. Dopo un incidente in motorino non solo riesce a uscirne quasi illeso, ma riceve dall’assicurazione una grossa somma a risarcimento danni che gli permette di concedersi una placida estate di tempo, per fare un viaggio a San Francisco e tornare con le idee più chiare. Scopre però che anche Maria (Matilda Lutz), una noiosa compagna di classe, farà il viaggio con lui perché ospite della stessa coppia di amici, Matt e Paul. Da qui, L’Estate Addosso diventa il racconto di una stagione, quella dei quattro ragazzi; la condivisione di uno stesso spazio temporale. Un’estate, appunto, un tempo non tempo, uno spazio marginale in cui tutto è lecito, perché dimensione di passaggio. In questo arco di tempo scopriranno che le diversità, le barriere che dividono individui per scelte sessuali, religiose, di vita, di coppia, non sono altro che paure, paure di conoscere ciò che non si conosce già.


L’estate addosso – stesso titolo del tormentone estivo di Jovanotti, che ha scritto la colonna sonora - è un film di metamorfosi, di fine e di inizio insieme. Vuole essere un'opera generazionale, ma ci si chiede quale generazione, visto che i giovani di cui parla Muccino sembrano fuori luogo, fuori tempo massimo per essere afflitti da turbe esistenziali che francamente oggi suonano davvero posticce. C’è una palese discrasia temporale, che stona per tutto il film, che rende poco credibile dialoghi e impalcatura narrativa. Questo il grosso limite di un film che, onestamente, vuole raccontare una generazione - ma non sa quale - che carica di significati estremamente drammatici le azioni, che così drammatiche non sono mai.


L’estate addosso è un film di nostalgia e rimpianti, anche nei momenti che cercano un momento divertente, di distensione. La sensazione è assistere a una storia il cui punto di vista è esterno al film stesso. Non sono i ragazzi che provano e interpretano quelle sensazioni, ragazzi così contemporanei nel loro slang giovane, così immaturi per una pesantezza che permea di tensione tutta la pellicola.


Dietro il film c’è solo un regista che racconta le sue di emozioni, con il punto di vista di un cinquantenne nostalgico che ricorda un periodo andato, che ha vissuto e che probabilmente prova a riportare in vita attraverso i suoi protagonisti. Dopo la parentesi straniera, Gabriele Muccino torna a cimentarsi con una produzione italiana, continuando a volgere lo sguardo verso l'America, ma continuando a mescolare troppi elementi insieme senza soffermarsi mai in maniera equilibrata sui personaggi. La pellicola vira schizofrenica sui quattro protagonisti, lasciandoli però orfani di una vera e propria reale caratterizzazione, che non sembri caricaturale.


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