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Paradise

09/10/2016 10:00

Federica Cremonini

Recensione Film,

Paradise

Konchalovsky: un'elegante confezione, un tema complesso

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Ancora l’Olocausto, ancora la devastante guerra di cui tutti sappiamo e di cui continuano a parlare, dopo decenni, nel cinema come nella realtà: Paradise, ultimo film di Andrei Konchalovsky, in concorso al 73esimo Festival di Venezia, narra l’intreccio di tre storie incastonate in una tragedia più grossa che fa da sfondo ma che, inevitabilmente, finisce con l’intaccare e il disfare il quotidiano e le relazioni intime che, in un contesto differente, avrebbero imboccato una via diversa, meno crudele.


Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, e più precisamente ci troviamo nella Germania del partito nazionalsocialista di Hitler. Olga, immigrata russa membro della Resistenza francese, viene arrestata dalla polizia nazista per aver tenuto nascosti due bambini ebrei durante un raid. Jules, incaricato di interrogarla, s’invaghisce di lei e le propone una punizione meno drastica in cambio di favori sessuali. Olga accetta senza esitazione, ma le cose prendono una piega diversa e finisce in un campo di concentramento. È qui che incontra Helmut, giovane ufficiale tedesco delle SS che la riconosce: è proprio Olga, infatti, quella donna che aveva incontrato durante le sue vacanze in Italia, anni prima, e da cui era follemente attratto. Helmut scopre, così, di esserne ancora innamorato.


Ciò che è possibile apprezzare da subito del’ultima opera di Konchalovsky è, senza ombra di dubbio, l’elegantissima confezione in cui viene presentata: il regista russo, infatti, intrappola il suo dramma storico nel 4:3 in bianco e nero, e lo perfeziona tramite l’eccelso lavoro di Alexander Simonov sulla fotografia, che cattura fasci di luce che filtrati in stanze buie e sagome in penombra, il perfetto tessuto stirato delle divise militari colpite dai bagliori argentei che penetrano attraverso le finestre, i volti – ora corrucciati, ora disperati, ora sereni – dei protagonisti in ogni piccolo dettaglio, a partire dalle rughe per finire agli occhi lucidi. La statica macchina da presa si posiziona, come tutti gli altri gingilli e soprammobili, su un tavolo, su un soffitto, dietro i corpi, dietro altri oggetti, mimetizzandosi fra questi, e la colonna sonora è praticamente assente, fatta eccezione per le note di Parlami d’amore suonate da un grammofono lontano nel tempo.


I problemi sopraggiungono quando, a questo meraviglioso e impeccabile involucro, non corrisponde un’altrettanta originale gestione degli snodi drammaturgici, che pure offrono continuamente interessanti spunti. La spettacolarità di suggestioni visive che sfociano nell’onirismo, a partire dalla fitta e asfissiante nebbia di spettri e di voci che spirano nei luoghi della quotidianità del vessato Helmut, rimanda continuamente al titolo “paradise”, che è anche quel paradiso tedesco auspicato dal risoluto ufficiale tedesco, o anche il funereo aldilà in cui i tre personaggi parlano guardando dritti in camera, e che ha tutta l’aria di un tribunale. Tuttavia, purtroppo, Konchalovsky prende in mano un argomento cui sembra interessarsi, in fondo, molto poco: l’autore getta le basi per una struttura potenzialmente complessa e stratificata, ma ha un approccio piuttosto freddo e indifferente nel gestirla su ogni livello, sfociando più volte nella retorica (imperdonabile il finale) e nella prevedibilità. Da dichiarazione dello stesso regista, Paradise riflette su un ventesimo secolo carico di grandi illusioni sepolte sotto le rovine, sui pericoli della retorica dell’odio e sul bisogno degli esseri umani di usare la potenza dell’amore per trionfare sul male. Eppure, a noi sembra che al suo Paradise manchi la consapevolezza di poter narrare qualcosa di diverso, e che possa essere soltanto collocato in un rischioso limbo tra il desiderio di raccontare vicende intime e personali di un triangolo d’amore antiromantico che termina con la morte e quello di fornire un quadro generale dell’epoca, che risulta approssimativo e poco incisivo. Ci facciamo comunque bastare l’affascinante ritratto glaciale di un ariano che matura la consapevolezza dell’inconsistenza propria della filosofia (fraintesa) del Superuomo, o il ruolo sacrificale che spetta alla dreyeriana Jeanne d’Arc russa, soprattutto se poi tutto ciò viene plasmato nella bellissima forma di un film di altri tempi.


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