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The World of Kanako

09/12/2016 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

The World of Kanako

Due ore di visione che ci trascinano negli abissi delle nefandezze umane

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L'ex detective Showa Fujishima, in seguito alla dipendenza dall'alcool e a una conseguente depressione, ha finito col perdere sia il posto di lavoro in polizia che la sua famiglia. Un giorno riceve una chiamata da parte dalla ex-moglie che lo informa della scomparsa della loro figlia Kanako, una ragazza modello prossima alla maggiore età. Fujishima comincia così le sue indagini, scoprendo che la giovane era in realtà invischiata in un losco giro di droga e prostituzione che ha coinvolto, suo malgrado, anche il coetaneo Boku, un compagno di scuola vittima di bullismo e da sempre innamorato di lei.


Quanta disperazione nell'ultimo film a oggi di Tetsuya Nakashima, eclettico cineasta nipponico autore di due cult, distribuiti anche da noi, quali Kamikaze Girls (2004) e Confessions (2010). In The world of Kanako assistiamo a due ore di visione che ci trascinano negli abissi delle nefandezze umane, dove nessuno è libero da colpe e l'apparenza diventa fondamentale in un mondo dominato solo dalla crudeltà. Noir privo di qualsiasi spiraglio di luce che si addentra in eccessi gore, fortunatamente non predominanti, e ci lascia un ritratto desolante e spietato di un legame familiare malato ma saldo nelle indagini compiute dal protagonista, in una narrazione che intreccia passato e presente con particolari scelte di montaggio atte a far decollare inesorabilmente gli istinti drammatici in una spirale di violenza fisica e morale che lascia un senso di impotente amarezza. Ispirato parzialmente al romanzo di Lewis Carroll Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò per ciò che concerne la caratterizzazione del centrale personaggio di Kanako, il film guarda al cinema anni '70 (a cominciare dai citazionisti titoli di testa) nella gestione action thriller della vicenda, salvo orientarsi su una spirale di crudele ed efferata violenza memore delle produzioni più estremo di Takashi Miike e Sion Sono. La buona gestione di colpi di scena, il numeroso roster di figure secondarie e lo stile registico di Nakashima, sempre in bilico tra tonalità kawaai ed altre più prettamente secche e sanguigne e gestito con una grande e raffinata eleganza d'immagine, ci consegnano un'opera scomoda e scioccante che, proprio per questa sua particolarità, si rivela sguardo lucido e straziante su tematiche quanto mai d'attualità, con la piaga del bullismo a rivelarsi elemento fondamentale di un racconto a doppio taglio di amori adolescenziali, abusi sessuali e tenuta dei rapporti tra genitori e figli destinati a sfociare in tragedia.


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