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Io, Daniel Blake

09/25/2016 10:00

Eleonora Piazza

Recensione Film, ken loach, regno unito,

Io, Daniel Blake

A ottant'anni suonati, Ken Loach trionfa a Cannes e riporta al cinema la classe operaia britannica

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ll maestro Ken Loach torna sugli schermi con una pellicola che di nuovo punta a testimoniare che la classe operaia subalterna esiste, respira e ancora viene raggirata dall’apparato burocratico. Così come persiste la disuguaglianza sociale, persiste anche quel cinema che tenta di pareggiare i conti, denunciandola con ironia e sentimento.


Io, Daniel Blake è la storia di un carpentiere (Dave Johns) che, prossimo ai sessant’anni, è colpito da un infarto ed è costretto dal medico a smettere di esercitare il suo lavoro. L'uomo si ritrova così ad avere a che fare con la moderna tecnologia, anche per ottenere il modulo di disoccupazione. In attesa dell’indennità è comunque costretto a trovarsi un lavoro: trova conforto in Katie (Hayley Squires), ragazza madre di due figli, che Daniel, uomo premuroso e divertente, non manca di aiutare.


Ken Loach, regista ottantenne, è da sempre votato alla causa socialista e al sostegno dei ceti meno abbienti; è stato ed è tutt’ora esponente del movimento cinematografico inglese denominato "free cinema", che dagli anni Cinquanta sostiene l’importanza dell’individuo. I, Daniel Blake rientra dolcemente in questa tradizione. Loach denuncia l’ingranaggio malato del servizio previdenziale britannico e di come questo, “dimentico” dei diritti umani, tenda a considerare i lavoratori esclusivamente come pedine da collocare e incastrare in un meccanismo disumano e incomprensibile. Il regista lavora ancora una volta con lo sceneggiatore Paul Laverty, confermando il sodalizio artistico stipulato a partire da La canzone di Carla fino a Jimmy’s Hall (2014), passando per Il vento che accarezza l’erba (2006, premiato alla 59° edizione del Festival di Cannes con la Palma D’Oro). I due autori lavorano in questo film su una coppia di personaggi veri, rappresentativi di due realtà problematiche della nostra epoca - l’anziano solo e la ragazza madre -, riuscendo magistralmente a sfuggire agli stereotipi e creando un poetico e commovente connubio di solidarietà, in grado di riscaldare anche i grigi cieli britannici.


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