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Manchester by the Sea

10/15/2016 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film, casey affleck, michelle williams, indie,

Manchester by the Sea

Il racconto del dolore e della solitudine di un uomo, con un grande Casey Affleck

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Manchester by the Sea, presentato in concorso all’undicesima edizione del Festival di Roma, è diretto dal regista Kenneth Lonergan che, a diversi anni di distanza dal suo ultimo lavoro, Margareth, torna in sala con una storia che parla di colpe inespiabili e senso di inadeguatezza. Manchester by the sea è una cittadina del Massachusetts. È il posto in cui è cresciuto Lee (Casey Affleck), prima di trasferirsi a Boston in seguito alla tragedia che gli ha rovinato la vita. Lee aveva una casa, una moglie e tre splendidi bambini. Era uno zio premuroso e divertente, andava spesso a pesca con suo fratello e sua nipote. Un evento doloroso lo costringe a rifugiarsi lontano, fino a quando la morte di suo fratello Joe lo riporta a casa, e a fare i conti con le proprie responsabilità.


Collocato nel panorama della filmografia indie americana, la pellicola è il racconto, autolesionista, del dolore e la solitudine di un uomo. Mescolando tempi e ritmi filmici diversi, la regia realizza una fusione tra passato, presente e (assenza di) futuro, che coinvolge lo spettatore nonostante i tempi lunghissimi e il ritmo non sempre bilanciato. In Manchester by the Sea c’è un’urgenza, quella di raccontare gli aspetti più drammatici di un uomo alla deriva, in balia dei propri fantasmi, che continua a brancolare in una dimensione sospesa, dove il tempo si è fermato e non ci sono margini per andare avanti. Nel preciso momento in cui il protagonista perde tutto, lì si colloca l'assenza di vita. E la messa in scena sembra quasi voler proclamare che non serve morire per morire davvero. Lee è un non-vivo, che non tenta nemmeno di scappare dalla sua prigionia mentale. Nonostante il film sia pervaso da una forte sensazione di non scampo, la sceneggiatura riesce a inserire dei colpi di scena o delle sequenze talmente intense di vita da bilanciare un racconto che non vuole sentire censura. Grazie anche l’uso dell’ironia nei dialoghi, il film scivola, anche se in più punti si avverte la sensazione che il racconto scappi di mano: la narrazione prosegue talvolta con eccessivo disagio, con un certo imbarazzo per gli eccessi di didascalismo scenico che prendono il sopravvento e che la regia stessa non vuole contenere.


Il tempo del film è interessante, perché individua una data - quella del turning point narrativo, in ci tutto è svelato allo spettatore - e la trasforma in un muro, contro cui tutti gli avvenimenti vanno a sbattere, forte e di testa, e nuove ferite sedimentano su quelle vecchie e le rialimentano. Anche la location è funzionale a questo splendido racconto, una piccola provincia americana in cui inspiegabilmente pulsa della nuova vita: quella del nipote di Lee, un giovane che in quella piccola cittadina dimenticata dalle carte geografiche sembra aver trovato la felicità, rifiutando persino di trasferirsi in una città come Boston. I personaggi che si alternano sono solo dei comprimari. Anche l’ottima Michelle William (nelle uniche scene in cui la vediamo davvero recitare è splendida) non è altro che un pezzo di una storia, quella di Lee, il suo ex marito. Quello che dispiace dopo aver visto la pellicola è proprio che la regia si perda negli eccessi di protagonismo dell’attore principale, annegando tutto nel bisogno di raccontare le pieghe della solitudine di quest’uomo, annichilendo anche il confronto zio-nipote, che invece poteva rappresentare una pista narrativa interessante. Lonergan mette tutto al servizio del suo protagonista: senza sentimentalismo, senza regole di racconto. Ma parlando di un uomo senza mettere a fuoco il linguaggio, la pellicola rischia di perdersi lo spettatore.


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