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31

06/24/2017 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

31

Uno slasher duro e puro, un gioco al massacro

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Quando uscì nei cinema La Casa dei 1000 Corpi, nessuno aveva grandi aspettative per l’esordio alla regia del musicista Rob Zombie. Eppure proprio lui ha saputo imporsi da subito all’attenzione del pubblico (di nicchia) e della critica (di genere) riuscendo ad ammaliare tutti con un tipo di cinema horror - ma che forse sarebbe più corretto definire slasher - in grado di prendere gli stilemi narrativi più classici e i cliché più stantii e reinvenatarli in chiave post-moderna. C’è persino chi l’ha accostato a Quentin Tarantino per queste sue doti da Re Mida e per i dialoghi sboccati e citazionisti, in bocca ai suoi personaggi sempre sopra le righe.


Oggi, a 13 anni dal suo esordio e con 6 film all’attivo, Rob Zombie è considerato a tutti gli effetti un regista di culto; in grado di non ripetersi mai, nonostante il genere bazzicato sia sempre lo stesso. Nel curriculum annovera uno slasher che omaggia i grandi classici degli anni ‘70, un road-movie “di fuga” (La casa del diavolo), il remake di un mostro sacro (Halloween – The Beginning) con relativo sequel (forse il solo film che ha veramente sbagliato) e uno psicadelico horror d’atmosferma (Le streghe di Salem). E poi {a href='https://www.silenzioinsala.com/4160/31/scheda-film'}31{/a}, che di primo acchitto pare una sorta di “ritorno alle origini” e che molti vedono come un passo indietro nella sua carriera. Perché il film è uno slasher duro e puro, un gioco al massacro, una carneficina annunciata, dove la storia fila via dritta senza alcun colpo di scena. Ma nonostante la prevedibilità della trama il film riesce a rimanere comunque molto sopra la media di prodotti simili... anzi, del genere, perché di simile ai film di Rob Zombie non vi è nulla. Ed è proprio questa la carta vincente di {a href='https://www.silenzioinsala.com/4160/31/scheda-film'}31{/a}.


Anni ’70, vigilia di Halloween. Un gruppo di girovaghi che attraversano gli Stati Uniti sul loro minivan viene rapito e rinchiuso all’interno di un gigantesco complesso industriale abbandonato. Qui dovranno sopravvivere per 12 ore, sfuggendo a un pugno di psicopatici assassini mascherati da grotteschi clown. Un obiettivo che mai nessuno è riuscito a raggiungere.


Come detto sopra, la storia è semplice e già vista, ma è la messa in scena il vero pregio del film: ogni inquadratura è saturata all’inverosimile di dettagli che rendono l’atmosfera autentica e malsana; il degrado di ogni cosa – dalla location industriale sino alla spietata morale dei carnefici – è tangibile al punto da soffocare lo spettatore. In senso letterale, dato che l’intera regia è giocata su inquadrature strette e oblique, primi piani, macchina a mano: tutti trucchi che riescono a trasmettere il senso di claustrofobia provato dai protagonisti. A questo va aggiunta la colonna sonora vintage e curatissima, una fotografia fluo che fa risaltare l’oscurità onnipresente e ovviamente la scrittura, sempre magistrale, di Rob Zombie; la sua attenzone maniacale per la caratterizzazione di ogni personaggio, specialmente se malvagio, sia dal punto di vista estetico che da quello caratteriale. Per dire, in quanti film c’è un nano nazista truccato da clown che ammazza le sue vittime urlando insulti in spagnolo?


Il cast è composto da un insieme di attori feticcio (la moglie Sheri Moon Zombie, il fedele Malcom McDowell, qui alla sua terza collaborazione con il regista e Meg Foster alla seconda) ed alcune new-entry tra cui spicca Richard Brake. Grazie alla sua interpretazione sublime riesce a portare il personaggio di Doom-Head - che già dalla scrittura si intuisce essere sempre stato il vero fulcro de film – a un livello superiore, sino a trasformarlo in una nascente icona horror intrisa di sadismo e cattiveria allo stato puro. Basterebbe il suo monologo iniziale, un primo piano ripreso in un carichissimo bianco e nero, per capire che si sta guardando un film girato da qualcuno che prova autentico amore per il genere. Perché Rob Zombie altro non è che un fan incallito, che gira i propri film come se fossero inni punk, glorificando violenza e macelleria e trattando ogni elemento con un rispetto quasi sacrale.


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