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Borg McEnroe

11/08/2017 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Borg McEnroe

Il racconto intimo di una finale rimasta nella storia

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Una figura dai lunghi capelli biondi, affacciata a un balcone si staglia sullo sfondo di Montecarlo. Si tratta di Björn Borg, campione svedese di tennis, che nel 1980 si apprestava ad affrontare il suo quinto torneo di Wimbledon. Poche sequenze ci trasmettono subito una chiara percezione: Borg è un introverso, o quanto meno una persona che non trasmette le proprie emozioni all’esterno, le consuma nel chiuso della propria interiorità.


Più avanti nel corso del film un secondo tennista ci viene presentato, dalla stampa ancor prima che di persona. È una figura molto diversa da quella di Borg, si potrebbe dire agli antipodi: un uomo sul volto del quale traspare ogni emozione; un uomo che dà facilmente in escandescenze, con il pubblico, con i guardalinee, persino con l’arbitro. È John McEnroe, stella nascente del tennis a stelle e strisce, il cui comportamento fa notizia al punto da oscurare la straordinaria carriera che sta conducendo.


Borg McEnroe, diretto da Janus Metz con protagonisti Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf, racconta uno degli apici del confronto che vide contrapposti questi giganti del tennis fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80: la finale di Wimbledon 1980, con Borg a giocarsi la possibilità di conquistare il trofeo per la quinta volta di fila. Il racconto condotto da Metz ripercorre lo sviluppo del torneo, soffermandosi per i primi tre quarti del film più sulla definizione dei personaggi che nella narrazione delle partite che li portarono in finale. Borg e McEnroe, all’apparenza due figure diversissime, nel loro essere persone dietro il personaggio mostrano caratteri quasi simili; un vissuto diverso caratterizzato da una stessa fame di affermazione, di riconoscimento attraverso il risultato.


Nel ripercorrere la vita di Borg – molto più approfondita di quanto non lo sia quella di McEnroe – scopriamo un ragazzino dall’enorme talento ma troppo emotivo, al quale l’allenatore Lennart Bergelin (Stellan Skarsgård) concede fiducia e dona un sistema per superare i propri limiti: non esprimere le proprie emozioni se non attraverso i colpi dati alla pallina con la propria racchetta. In modo non dissimile, le attese dei genitori frustrano l’autoconsapevolezza del giovane John, ragazzo brillante cui si chiede sempre di più, anche quando ha già fatto più di tutti i suoi compagni e rivali, nello studio, nello sport, nella vita in generale.


Janus Metz alterna e intreccia le linee temporali, con frequenti flashback e parallelismi, gioca con le linee del campo durante le partite, costruisce splitscreen che contribuiscono a raccontare in modo dinamico una partita dall’esito fino all’ultimo assolutamente incerto. È un racconto di tensione e stress, di aspettative, attese e ansie quello portato sullo schermo da Borg McEnroe: un racconto che vede il tennis come metafora e ragione di vita, per due campioni logorati in modo totalmente diverso, eppure simile, dal successo.


Per quanto sbilanciato a favore del campione svedese, in termini di attenzione e approfondimento del personaggio, Borg McEnroe ricorda Rush di Ron Howard per il racconto di una rivalità/amicizia (lì era il legame fra Lauda e Hunt in Formula Uno): una dicotomia frequente nello sport, in cui una passione comune e il riconoscimento delle reciproche capacità riesce a unire persone apparentemente distantissime, ma capaci proprio per questo di trovarsi, capirsi e rispettarsi tanto sul piano umano che su quello agonistico.


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