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Death Note - Il quaderno della morte

09/03/2017 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Death Note - Il quaderno della morte

L'adattamento Netflix del celebre manga Death Note

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All’inizio degli anni 2000 Tsugumi Ōba (sceneggiatore) e Takeshi Obata (disegnatore) hanno donato al mondo il manga Death Note, la storia di un liceale che entra in possesso di uno strano quaderno in grado di uccidere le persone semplicemente scrivendo il loro nome sulle sue pagine. Il successo fu immediato e globale, tant’é che dall’opera sono stati tratti nell’ordine: un anime, tre film live-action – con vari livelli di fedeltà alla storia originaria –, due novellizzazioni, una serie tv, un quarto film che si propone come sequel, due videogiochi e... persino un musical! Tutto ciò è accaduto in Giappone, dove la febbre per i manga, si sa, è altissima. In Italia sono arrivati (con una distribuzione ufficiale) solamente il fumetto e l’anime, oltre al recentissimo adattamento cinematografico Made in USA. Infatti, dato il successo, Hollywood non è rimasta a guardare e si era accaparrata i diritti per una trasposizione già nel 2009, annunciando e rinviando la produzione svariate volte, sbandierando nomi altisonanti che hanno spaziato da Shane Blake a Gus Van Sant.


Alla fine è stata Netflix a produrre l’adattamento – sbarcato sulla piattaforma lo scorso 25 Agosto – affidando la regia ad Adam Wingard, promessa dell’horror che si è imposto all’attenzione dei cultori del genere grazie al suo stile estremo e sanguinario. I suoi primi film, Home Sick e Popskull, sono autentici pugni in faccia, ma in seguito non sempre si è dimostrato all’altezza delle aspettative, passando dal deludente A Horrible Way to Die, al buon You're next, all’incommentabile Blair Witch.


Ma facciamo un passo indietro, perché per giudicare una trasposizione ci sono solo due modi: confrontarla con l’opera originaria (dove spesso ne esce con le ossa rotte, e questo caso non fa eccezione) o isolarla da qualsiasi paragone e trattarla come “idea originale”. Perciò ignoriamo il suo background culturale e analizziamo Death Note - Il quaderno della morte a mente resettata.


Light Turner (Nat Wolff) è uno studente un po’ borderline, che vive con il padre con cui non ha un buon rapporto dopo che la madre è morta in un tragico incidente. Inoltre ha una cotta per Mia (Margaret Qualley) capo cheerleader del suo liceo. Un giorno, per caso, entra in possesso del Death Note, un taqquino in grado di uccidere le persone, e Light si elegge a giudice-giuria-carnefice, iniziando a uccidere criminali di tutto il mondo e celando la sua vera identità sotto lo pseudonimo di Kira.


Il problema più grande di Death Note - Il quaderno della morte è che, a fine visione, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa con un gran potenziale... sfruttato nel peggiore dei modi possibili. Nel film ci sono un sacco di spunti e “false partenze”, che però restano fini a loro stesse e non vengono sviluppate oltre l’accenno. Quando Light ritrova il Death Note viene in contatto anche con lo shinigami (uno spirito della morte del folklore giapponese) Ryuk. Un personaggio estremamente affascinante (anche solo per il fatto che a interpretarlo è William Dafoe) che apre nella vicenda uno scorcio sovrannaturale: ma né la sua mitologia, né il reale motivo per cui si trovi lì vengono mai approfonditi o spiegati allo spettatore. Tanto che al suo posto avrebbe potuto esserci qualsiasi altra cosa e non avrebbe fatto la minima differenza. Inoltre la scelta registica di non mostrarlo mai chiaramente (forse complice il budget non altissimo della produzione?) e nasconderlo in penombra, alla lunga risulta alquanto frustrante.


Un altro problema (ben più grave) è il fatto che non venga minimamente affrontata la questione etico/morale di un adolescente che può uccidere potenzalmente chiunque, d’ovunque si trovi, solo scrivendo il suo nome. Chuck Palahniuk ha scritto un libro basato su un’idea simile (Ninna Nanna, pubblicato nel 2003 da Mondadori) in cui c'è una filastrocca che, se pronuciata, può uccidere la persona a cui si sta pensando in quel momento: una riflessione nichilista e satirica sulla brama di potere intrinseca nell’animo umano. Nulla di tutto ciò viene però anche solo accennato nella sceneggiatura di Death Note - Il quaderno della morte.


Quindi che cosa resta del film? Una prima mezz’ora di presentazione ben congeniata, in cui Wingard asciuga la storia e va dritto al sodo, trovando un certo compiacimento nelle scene splatter degli omicidi e allestendo un impianto thriller che promette grandi cose. Peccato che poi si perda in favore di una storia d’amore annacquata tra adolescenti, che pur mantenendo una regia a tratti più adulta, si accoda a innoqui prodotti teen come Twilight o Warm Bodies. Insomma, una regia buona, che regala alcune scene davvero efficaci (il primo omicidio soprattutto) ma che risulta del tutto superflua quando diventa chiaro che è la sceneggiatura a non aver colto il senso della storia. Rimane l’amarezza per un film che avrebbe potuto essere ben superiore alla media, che è anche abbastanza gradevole durante la visione, ma che si dimostra del tutto dimenticabile nonappena iniziano a scorrere i titoli di coda.


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