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Venom

10/05/2018 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Venom

Venom, una storia di origini tagliata con l’accetta ispirata ai cinecomics anni ’90/2000

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Sin dal suo annuncio, il film in solitaria di Venom è stato guardato con scetticismo dai fan per due motivi. Il primo è la produzione targata Sony, detentrice dei diritti cinematografici dell’universo di Spiderman che già aveva toccato il fondo con il dittico di Mark Webb (anche se, onestamente, The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro non era poi così inguardabile). Il secondo è legato al fatto che l’Uomo Ragno è ora in co-gestione con i Marvel Studios e pertanto non sfruttabile in un film “parallelo”, il che ha portato alla doverosa domanda: è possibile raccontare uno dei più noti nemici dell’arrampicamuri senza di lui? La risposta – evidente, dato che la pellicola è in sala – è sì.


Che Venom sia un buon film è discutibile anche senza tirare in ballo 25 anni di fumetti, origini stravolte e analisi dei comics. Perché questa storia del tradimento del materiale d’origine è una scusa per fare polemica gratuita solo se qualcosa non funziona sullo schermo... dove è ovvio che alcune cose vadano modificate per adattarle al meglio a un linguaggio diverso! Da che mondo è mondo gli adattamenti tradiscono, ma se lo fanno bene a volte funzionano meglio della controparte cartacea. E i nerd è meglio che si mettano l’anima in pace perché ormai le persone che pagano un biglietto sono molte di più di quelle che pagano un fumetto. Detto ciò Venom è un film mediocre non perché è diverso dal fumetto, ma perché è stato scritto e girato in modo approssimativo: le scene d’azione sono troppo confuse, al punto da mancare quasi di coerenza narrativa.


Eddie Brock è un reporter d’inchiesta che si mette contro a un magnate di un azienda farmaceutico/aerospaziale, il quale gli distrugge in tempo zero vita privata e carriera. Senza più nulla da perdere, Eddie si intrufola nei laboratori e viene accidentalmente infettato da una creatura simbiontica aliena.


La sceneggiatura di Venom è una storia di origini tagliata con l’accetta, che ricalca i canovacci dei cinecomics di anni ’90/inizio 2000: ma che male c’è a rifarsi agli archetipi e riciclare un certo tipo di cinema del passato? Il dramma semmai risiede nella scrittura svogliata di alcune scene (il pigro dialogo iniziale) e nei personaggi (quello di Michelle Williams su tutti, che definire monodimensionale è un complimento); oltre al fatto che nessuno di essi ha un arco narrativo o anche solo una minima evoluzione nel corso della storia. Non vi è alcun approfondimento psicologico e tutto rimane a un livello quasi infantile, dove le cose accadono perché devono accadere, ma spesso non c’è una logica coerente dietro le azioni dei personaggi.


Ciò che funziona è Tom Hardy, con la sua caratterizzazione del personaggio, il suo sguardo impallato, il suo fare stralunato, la recitazione costantemente sopra le righe: riesce da solo a sopperire alle lacune di sceneggiatura. Funziona bene anche la dinamica tra lui e il simbionte, che ricorda quella dei buddy-movie più riusciti, sfoderando alcune one-line che riescono a far ridere di gusto. E soprattutto funziona in Venom una CGI non così pessima come molti sostengono; funziona sia il suo design come “ameba spaziale” sia quando si fonde con il proprio ospite dando vita all’iconica creatura. Grosso, nero e sbavante quanto ci si aspetta, ma un personaggio dalla natura così marcatamente horror non può venir ridicolizzato dalla scelta del PG-13.


Non c’è sangue in Venom, nemmeno una goccia per sbaglio! E come fa a non esserci sangue quando la caratteristica principale del protagonista è staccare le teste a morsi? Una scelta di questo tipo non fa altro che fiaccare il film, nascondendo le scene più gustosamente splatter fuori campo, frustrando di continuo lo spettatore. La scena a metà dei titoli di coda è una succulenta (e sanguinaria, perciò invochiamo il rating R) promessa per il sequel, nella speranza che la Sony trovi un po’ di grinta e coraggio per mantenerla.


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