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Muse: Drones World Tour

07/09/2018 10:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Muse: Drones World Tour

I Muse cercano la sperimentazione musicale e la spettacolarizzazione dei loro eventi

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I Muse, fra i principali gruppi della scena rock inglese degli ultimi vent’anni, nel 2016 hanno portato in giro per il mondo un tour estremamente ambizioso. Quella serie di concerti arriva al cinema il 12 e 13 luglio grazie al film, distribuito da Nexo Digital, Muse: Drones World Tour, realizzato da Tom Kirk e Jan Willem Schram, che hanno montato immagini tratte dai concerti di Berlino, Amsterdam e Milano. Un’ora e mezza di spettacolo in cui i tre musicisti inglesi - Matt Bellamy, Christopher Wolstenholme e Dominic Howard – ripropongono molti dei loro brani più famosi e intensi. Una musica che, soprattutto nel periodo iniziale e centrale della loro carriera, aveva connotazioni sperimentali e colte, in seguito mitigate per un rock più mainstream che, in ogni caso, mantiene un livello qualitativo assai elevato.


Il concerto inizia con il bellissimo canto a cappella di Drones, canzone che dà il titolo all’ultimo album del gruppo: non è solo una carrellata di ottima musica, è un’esperienza uditiva e visiva totalizzante. Su un palco circolare rotante i musicisti appaiono completamente circondati dal loro pubblico; giochi di luce e immagini laser proiettate nello spazio scenico a riprodurre un mondo distopico e fantastico, rendono lo spettacolo un evento indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di prenderne parte. Inoltre l’utilizzo di droni che volano in mezzo al pubblico rende ancor più tecnologico e grandioso lo spettacolo. È proprio Matt Bellamy, il leader del gruppo, a dichiarare di essere sempre stato affascinato dalla simbiosi fra umanità tecnologia e che i droni possono rappresentare una metafora moderna estremamente forte. Toccherà poi al pubblico, secondo Bellamy, giudicare «quale sia il ruolo della tecnologia nelle nostre vite e se questa sia una cosa buona o cattiva».


I Muse, ideali discendenti dei Radiohead, gruppo che a cavallo degli anni Novanta e il Duemila fu tra i maggiori rinnovatori del rock britannico, hanno sempre ricercato la sperimentazione dal punto di vista musicale e della spettacolarizzazione dei loro eventi. Il tour del 2016 ne è la dimostrazione. E il film di Tom Kirk e Jan Willem Schram, realizzato con un montaggio estremamente frenetico che non permette quasi mai di tirare il fiato, ne fissa per sempre la memoria sullo schermo. Un’operazione che, ultimamente, è sempre più praticata, come dimostrano i film tratti da spettacoli di artisti talentuosi quali, ad esempio, Led Zeppelin, Nick Cave, Black Sabbath, Pearl Jam. Tuttavia l’operazione realizzata con il tour dei Muse, pur deliziando gli spettatori con la grande musica e la spettacolare messa in scena, non riesce a emozionare sino in fondo. Anche se tocca il cuore sentire, sull’intro di Knights of Cydonia, l’armonica di Chris Wolstenholme che interpreta Man With A Harmonica di Ennio Morricone da C’era una volta il West.


In definitiva si esce dalla sala convinti di aver assistito a una grande performance ma senza quel brivido emozionale che ha colpito sicuramente chi, a quel concerto, vi ha partecipato dal vivo.


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