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Come ti divento bella

08/28/2018 10:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Come ti divento bella

Amy Schumer ci libera dai pregiudizi culturali e distrugge ossessioni e stereotipi

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«La libertà comincia dall’ironia», affermava Victor Hugo. Ma per le donne, la libertà - anche di manifestarsi per quel che sono - è tutt’ora molto più limitata rispetto a quella maschile. Anche il senso dell’umorismo e la comicità vengono centellinate: un uomo può essere divertente, sboccato, eccessivo, scherzare su ogni argomento... ma a una donna più difficilmente viene perdonata la volgarità, la naturalezza, la sincerità. Sono stati addirittura fatti studi “scientifici” per dimostrare questa differenza: l’uomo fa ridere, la donna no. La donna deve essere onesta, saggia, riservata, madre, moglie e, soprattutto, bella: così recitavano i saggi sulle qualità femminili dell'Ottocento e tutt’ora questo stereotipo serpeggia fra di noi, nell’Occidente apparentemente liberale ma ancora fortemente influenzato da morale cattolica, mentalità patriarcale e ombre di passato regime.


Forse per questo, la commedia Come ti divento bella, si apprezza non solo per il fatto di essere divertentissima e solidamente costruita, ma anche per lo scomodo ruolo della protagonista Amy Schumer, una bionda non troppo magra, non troppo bella, insicura, imbranata e politicamente scorretta... ma non per questo meno sexy, affascinante, divertente e carismatica. La brillante comica americana - fin dai tempi del suo storico show - ci libera dai pregiudizi culturali e distrugge ossessioni e stereotipi del nuovo secolo. Nel mirino ci sono il politicamente corretto, l’ipocrisia sull’immagine femminile, la coppia, il peso, il grasso, i riti sociali – il matrimonio, la famiglia, i figli – che ancora sembrano definire e identificare l’idea della donna.


Come ti divento bella, scritto e diretto da Abby Kohn e Marc Silverstein (sceneggiatori de La verità è che non gli piaci abbastanza e Single ma non troppo) racconta le disavventura di Renée, una giovane donna ossessionata – come tutti oggi – dal proprio aspetto fisico. Renée si sente, infatti, inadeguata rispetto agli standard di perfezione e bellezza che sembrano universalmente perseguiti da coloro che risultano “vincenti” nella carriera e nella vita sentimentale. Ma un banale incidente ribalta la percezione che ha di sè, e la ragazza si risveglia da una botta sulla testa convinta di essere finalmente diventata “bellissima”. Questa visione di se stessa le permetterà di osare quello che non aveva mai osato prima, di far emergere le qualità nascoste, di farsi amare e apprezzare per quello che è, senza però esserne ancora davvero consapevole.


Il film non fa sconti a tutti gli stereotipi in generale. Fa luce anche sulle ossessioni degli uomini, imprigionati in un’immagine dettata da falso machismo, che li vorrebbe sempre virili, sicuri, autoritari. La Schumer è circondata da un cast alla sua altezza: tra i vari personaggi spiccano quello di Michelle Williams, per la prima volta in un ruolo comico, perfetta rappresentante di una celebre casa di prodotti cosmetici, che nasconde insospettabili debolezze; l'imbarazzante e trascurato collega nerd Adrian Martinez e Rory Scovel nel ruolo del fidanzato di Renée. Evviva le giovani comiche americane, come Lena Dunham, Ali Won (portavoce degli asiatici d’America), Sarah Silverman: tutte raccontano un punto di vista sul mondo attraverso le proprie esperienze personali, ridendo anche di stereotipi culturali e razziali. Non dimentichiamo che una delle prime fu Jean Carroll negli anni Cinquanta, nell’Ed Sullivan Show, che raccontava che, sì, essere madre era senz’altro una splendida esperienza, ma che il suo primo pensiero alla nascita della figlia era stato: «Non vedo l’ora che vada in campeggio!».


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