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Piazza Vittorio

09/17/2018 10:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Piazza Vittorio

Abel Ferrara racconta e descrive la celebre piazza romana, collocata fra il centro storico e il resto del mondo

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Il regista italo americano Abel Ferrara è sulfureo, estremo: ama giocare, sovvertire le regole del cinema, sporcarsi le mani. Il risultato dei suoi lavori migliori è cinema purissimo, all'ennesima potenza. Il suo talento sta nel prendere quel materiale girato apparentemente grezzo, metterlo insieme come solo lui sa fare e dargli un'anima. Ed è esattamente questo che accade nel suo documentario Piazza Vittorio, presentato nella sezione Fuori Concorso alla 74esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2017. Scegliendo una struttura documentaristica, il film racconta e descrive la celebre piazza romana, collocata tra il Colosseo e la stazione Termini – quindi fra il centro storico e il resto del mondo – diventata negli ultimi decenni marcatamente multietnica.


Ferrara costruisce un'impalcatura classica da documentario ma deraglia fuori dagli schemi, fra un'intervista e l'altra, mostrando se stesso in prima persona – cosa che non ama solitamente fare – esibendo liberamente la macchina da presa, le contrattazioni economiche con un giovane intervistato e mescolando la vita privata con il cinema – cosa che invece fa spesso. Infatti il regista, per il quale la Settima Arte è sempre una questione molto personale, vive da alcuni anni a Roma, proprio nella piazza che dà il titolo al film, dove ha moglie e figlia. Il film si basa principalmente sulle interviste, che toccano a tutti: alla signora romana seduta su una panchina della piazza e ai tantissimi immigrati che abitano la zona, dormendo un po' ovunque, senza dimenticare Casa Pound, formazione neofascista ritratta semplicemente come una delle voci del quartiere.


La macchina da presa inquadra immagini di degrado, di follia, ma anche di bellezza rubata tra i giovani volti degli abitanti, fra i sorrisi e la musica, ovviamente multietnica, che anima la Piazza. Quello che Abel Ferrara cerca, grazie a un montaggio curatissimo, è il punto di unione fra tutte queste voci e tra il presente e il passato. Anche gli italiani che abitano in Piazza non sono tutti romani di origine, ma hanno scelto di andare a vivere lì. Anche la signora cinese, che viene da una metropoli lontana, viene considerata straniera dalla maggioranza degli altri cinesi che provengono tutti dalla stessa città. Il regista Matteo Garrone, anch'esso intervistato, ha scelto di vivere in questa piazza perchè voleva andare ad abitare all'estero. Chi può dire, in fondo, di non essere un immigrato, uno straniero?


Le voci sono molte e discordanti, come tutti i vari punti di vista. Eppure, in questa frastornante e vasta diversità, Abel Ferrara riesce a generare un contatto comune tra la difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo e quella di sopravvivere, proprio come cerca di fare lui, artista e immigrato.


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