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Cat Sick Blues

11/27/2018 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Cat Sick Blues

Uno dei serial killer più interessanti giunti sullo schermo

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Si parla ancora di Cinema Estremo con un titolo che, con molto piacere, approda finalmente sul mercato italiano. Con alcuni anni di ritardo (il film è del 2016) dall’Australia giunge Cat Sick Blues, storia di uno dei serial killer più interessanti giunti sullo schermo negli ultimi anni: uno psicopatico che è già diventato una vera e propria icona per gli appassionati del sottogenere, sia per le sue violentissime gesta, sia per il look altamente iconico che lo caratterizza. Pantaloni neri, maglione rosso molto corto, una maschera da gatto nero e dei guanti con artigli da felino. Ed è subito cult.


La trama del film, per quanto scheletrica (puro pretesto per inanellare efferatezze varie e docce di sangue), è estremamente efficace e a modo suo originale. Il protagonista è Ted, un uomo instabile che, dopo la morte del suo adorato gatto, inizierà a mietere vittime tra il gentil sesso, decapitandole, conservandone le teste nel frigorifero e raccogliendo il loro sangue in barattoli di vetro. A Ted occorrono 9 sacrifici per poter compiere uno strano rito che dovrebbe, secondo lui, riportare in vita l’amato felino deceduto.


Per quanto sia innegabile la natura estremamente low-budget del film, altrettanto innegabile è la sua qualità tecnica e artistica. L’attore che interpreta Catman (Matthew C. Vaughan) è un autentico catalizzatore: padroneggia il film, mettendo in ombra qualsiasi altro personaggio (compresa la co-protagonista femminile) e rendendo in modo più che credibile tutta la psicologia ossessivo-compulsiva del killer nel preparare i propri riti di morte. Un mix di rabbia e violenza quasi inumane quando si tratta di macellare e decapitare le vittime.


Dal canto suo il regista Dave Jackson (che, sempre parlando di Cinema Estremo, ci ha regalato nel 2008 il gioiellino Cannibal Suburbia) sembra non sbagliare un colpo, coniugando sapientemente ottime trovate di regia (la scena con l’incubo della ragazza, girato interamente in fish-eye, è a dir poco magistrale e urla Dario Argento da qualsiasi angolazione), musiche sempre azzeccatissime, una fotografia più che funzionale ed effetti gore davvero sublimi.


Ma il vero colpo di genio di Jackson risiede nella seneggiatura, che mostra come questo regista conosca e ami il genere. Cat Sick Blues, infatti, è un film che si evolve e si trasforma, andando a toccare praticamente ogni sottogenere caro gli amanti dell’estremo cinematografico. Inizia con un incipit classico da slasher post-moderno, con due ragazze sedute sul divano che guardano video virali su internet (una scena che richiama a gran voce la saga di Scream) e culmina con una sequenza di titoli di testa da appluasi. Poi il film parte veloce come un treno e non rallenta nemmeno per un secondo, inanellando in 1 ora e 40 di pellicola: dramma personale, psicologia del serial killer, slasher, torture, condendo il tutto con trovate grottesche e arrivando a scomodare persino le mutazioni della carne di cronenberghiana memoria.


Ma soprattutto Cat Sick Blues riesce a mettere in evidenza anche i deliri e le moderne ossessioni delle persone per i propri animali domestici, restituendo allo spettatore uno spaccato che, per quanto spinto all’estremo nella messa in scena, non è poi così lontano da alcuni assurdi vezzi faclmente rintracciabili nella società contemporanea, assumendo in battuta finale un barlume di film di denuncia.


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