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Disobedience

10/13/2018 10:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Disobedience

Quello descritto in Disobedience è un mondo ipocrita e difficile

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Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Naomi Alderman, Disobedience, ultima fatica del regista argentino Sebastian Lelio, premio Oscar per il suo precedente film Una donna fantastica, è un dramma ambientato nella comunità ebraica ortodossa della Londra contemporanea. Alla morte improvvisa del rabbino capo della comunità, la figlia Ronit, che da anni vive a New York senza più intrattenere contatti con la famiglia, torna a Londra per il funerale. Qui ritrova Esti, la donna con la quale, anni prima, aveva avuto una breve ma intensa storia d’amore, giudicata imbarazzante e sconveniente dalla comunità. Esti ora è sposata con Dovid, cugino di Ronit e candidato alla guida spirituale della collettività. Fra le due donne riaffiorerà, prepotentemente, la passione che le aveva travolte in passato e che le metterà di fronte a un bivio: abbandonarsi ai propri sentimenti contro il volere di tutti oppure reprimerli e lasciarsi, forse, per sempre? Qualsiasi decisione esse prenderanno, sarà comunque una scelta affrontata con la maturata consapevolezza di poterlo fare in completa libertà, senza dover subire alcuna costrizione da parte di nessuno.


Il film di Lelio, che vede impegnate Rachel Weisz nella parte dell’indipendente Ronit, Rachel McAdams in quella della più giovane e condizionata Esti e Alessandro Nivola nella parte di Dovid, indaga la progressiva presa di coscienza di due donne che si ritrovano a scontrarsi con una comunità chiusa e bigotta come è quella descritta nel film. Due personaggi che lottano, ognuno a modo proprio, per superare i pregiudizi di una società opprimente che impedisce loro di vivere liberamente la propria vita e i propri affetti. Ronit, per il “peccato” commesso anni prima e per la decisione di andare a vivere lontano, è stata giudicata colpevole - poi perdonata - per una colpa in realtà inesistente. Esti, dal canto suo, sposando Dovid si è redenta agli occhi dei confratelli.


Quello descritto in Disobedience è un mondo nel quale affiora spesso una ipocrisia di fondo e dove, nonostante le difficoltà, emerge l’amore sincero fra le due donne, che si ritroveranno a consumare in una stanza d’albergo, finalmente libere, il loro desiderio e la loro passione. Nonostante le buone intenzioni, il film di Sebastian Lelio contiene molto di già stato visto. I temi trattati sono già stati ampiamente sviluppati al cinema e dalla letteratura in maniera molto più coinvolgente e con analisi più approfondite. Argomenti quali l’attrazione fra due solitudini, la passione travolgente che si scontra con la morale imperante, l’essere messi dagli eventi di fronte a una scelta difficile che può condizionare la vita, portano alla mente vari film: uno su tutti I ponti di Madison County di Clint Eastwood, che portava lo spettatore a immedesimarsi completamente nella vicenda dei due amanti. Perché la storia di Robert e Francesca, descritta nel film di Eastwood, era un po’ la storia di tutti. Così come dovrebbe esserlo quella di Ronit ed Esti. Il loro desiderio di poter scegliere in piena libertà cosa fare della propria vita e dei propri sentimenti, senza dover necessariamente suscitare scandalo nella benpensante società di appartenenza e senza subire costrizioni di sorta, è ciò cui tutti noi auspichiamo.


Disobedience non travolge come vorrebbe e dovrebbe. Interessante ritratto della comunità ebraica londinese, il film è però mal supportato da una sceneggiatura - scritta dallo stesso regista insieme a Rebecca Lenkiewicz - basata su dialoghi poco incisivi e che fornisce un ritratto psicologico dei vari personaggi piuttosto scontato. Una prova sottotono che non rende piena giustizia ad argomenti – la crescita personale, il cambiamento, l’accettazione di sé, il libero arbitrio - che, invece, meriterebbero approfondimenti maggiori.


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