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Non ci resta che vincere

12/03/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Non ci resta che vincere

La disabilità come espediente per far sorridere e riflettere

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Non ci resta che vincere è l’ennesima commedia che ha per oggetto la disabilità: da quando abbiamo imparato a conoscere vite differenti, certi tabù si abbattono anche in sala. Quindi, una disabilità può essere il giusto pretesto per far sorridere, magari alimentando qualche riflessione.


Per questo Campeones, titolo originale dell’opera, parte dalla storia di Marco Montes, allenatore in seconda della squadra di basket professionistica CB Estudiantes. La sua sembra essere una vita tranquilla e piuttosto appagante, sino a quando viene licenziato a causa degli eccessivi toni usati con l’allenatore ufficiale durante una partita. A seguito di quest’evento increscioso, l’uomo – non contento – si mette alla guida ubriaco e ha un incidente: oltre il danno, la beffa. Viene condannato a nove mesi di servizi sociali, in cui dovrà allenare la squadra dei “Los Amigos” composta interamente da giovani con disabilità. Quella che sembra essere una punizione si trasformerà in un’occasione irrinunciabile.


Javier Fesser utilizza lo sport come mezzo di coesione sociale e lo adopera sapientemente per regalare sorrisi nel voler parlare di disabilità. Anche se il vero pregio dell’opera, a fronte di una sceneggiatura già vista altrove (Le riserve, di Howard Deutch), sta nell’aver mostrato ciascuna diversità nella sua interezza. Gli attori non interpretano persone con disabilità, sono davvero persone con disabilità: può sembrare scontato, ma è la vera chiave del progetto. Raccontare la disabilità al cinema è sempre stato arduo perché – in più di un’occasione – si è preferito chiamare gli interpreti a dover rifare sullo schermo una particolare condizione fisica o psichica. Per questo, la resa non era sempre fedele: risultava o troppo pacchiana, oppure eccessivamente pietistica.


Non ci resta che vincere, al contrario, conserva l’autenticità di ogni particolare portando alla ribalta – tra il serio e il faceto – ogni menomazione o differenza, mettendo chiunque sullo stesso piano interpretativo e sociale: siamo davanti ad un vero – e riscontrabile – esempio di integrazione. Molte scene sono state girate fuori copione, si potrebbero definire improvvisate, ma sarebbe riduttivo: questi campioni, nella vita e sul set, hanno mostrato se stessi facendo della propria diversità un punto di forza. Per questo è stato possibile persino garantire una sana ironia. Vengono smontati coscienziosamente e con maestria i pregiudizi dei normodotati, attraverso la sagacia dei protagonisti coinvolti.


Una vera e propria lezione, in cui il cinema diventa veicolo d’uguaglianza: hanno provato a fare lo stesso in Italia, con scarsi risultati. Forse perché, da noi, la disabilità viene concepita come un tabù sdoganato da cui attingere con distacco: quasi nessuno ha voglia – né tantomeno interesse – di sporcarsi le mani con qualcosa di raro e peculiare. Meglio affidarsi a ricostruzioni, mediate su più livelli, da cui trarre giovamento. Invece Fesser non fa sconti a nessuno e ci catapulta in un mix scenico fra pantomima e realtà che lascia di stucco con disinvoltura, pur non avendo proposto niente di così trascendentale.


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