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Avengers: Endgame

04/24/2019 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, avengers, marvel,

Avengers: Endgame

L’epilogo di una saga

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Endgame non è solo un titolo, ma una dichiarazione d’intenti. Un film atteso 11 anni dai fan, da quel lontano 1° maggio 2008 in cui Tony Stark affermava in conferenza stampa (e con una certa soddisfazione personale) «Io sono Iron Man» prima che Nick Fury discutesse con lui l’iniziativa Avengers. Un attesa che si è fatta estenuante dopo che lo schiocco di dita di Thanos ha ridotto in cenere metà dell’universo, lasciando gli spettatori a fissare catatonici i titoli di coda di Avengers: Infinity War. Un finale spiazzante, ma perfetto proprio perché il suo nichilismo era l’ultima cosa che ci si potesse aspettare dalla Disney. A spezzare l’attesa, due film “defaticanti” (e anche abbastanza mediocri) ma necessari per avere tutti i pezzi del puzzle e poter così risolvere l’enigma rimasto in sospeso, ovvero come riportare in vita le vittime dell’Infinito, supereroi compresi. La campagna promozionale, per quanto massiccia, è stata centellinata. Il titolo rivelato solamente 4 mesi prima dell’uscita; i trailer contenenti sempre le medesime scene o quasi, tutte pescate, a detta della produzione, dalla prima mezz’ora di film (SPOILER: non è proprio vero, ma in ogni caso non rivelano nulla!), un’anteprima mondiale di solo 8 minuti... insomma, massima segretezza su tutto il progetto, compresa la richiesta rivolta ai fan (e ovviamente alla critica) di mantenere il più assoluto riserbo anche dopo l’uscita del film.


Perciò ora dobbiamo affrontare Avengers: Endgame senza poterne parlare per davvero, perché tutto è un potenziale spoiler e allora, come nella più classica conversazione da ascensore, parleremo del tempo. Il tempo della narrazione, innanzitutto. Il film dura 3 ore ed è diviso (quasi con l’accetta) in tre atti, segno di una sceneggiatura studiata (forse troppo) a tavolino, dove i plot-twist avvengono allo scoccare esatto dell’ora, in una simmetria quasi agghiacciante. Il tempo metereologico, ovviamente. Un cielo plumbeo incombe su tutta la prima ora del film, opprimendo i protagonisti, schiacciandoli sotto il peso dei loro sensi di colpa, ritraendo un mondo spopolato, dove tutti sono in lutto perché tutti hanno perso qualcuno. Un'atmosfera quasi snyderiana, eppure la Marvel non rinuncia nemmeno in questi tempi grigi alle proprie frivolezze, in un paio di frangenti quasi imbarazzanti (vedi la scena in caffetteria).


Ma è anche il tempo di tirare le fila dei personaggi, quantomeno delle nostre più vecchie conoscenze. Rispolverare quelli che in Avengers: Infinity War erano stati “i grandi esclusi” (Ant-Man e Occhi di Falco), rendere finalmente giustizia a quelli in precedenza bistrattati (Hulk/Banner), ma trovare anche il tempo per incasinare di nuovo il tono di altri (Thor ritorna in pieno stile Ragnarok, sappiatelo).


Ma è anche il tempo dei festeggiamenti, perché Avengers: Endgame altro non è che il gran finale di una serie tv andata in onda al cinema, che nel corso dei suoi 11 anni ha infoltito la propria schiera di fan. Gli stessi fan che oggi hanno pagato il biglietto e perciò vanno coccolati. Avengers: Endgame lo fa crogiolandosi nell’autocitazione, adagiandosi su piani narrativi già visti, con svolte che solo raramente possono essere considerate colpi di scena. Qui il ritmo cade e il film si trascina lungo una parata di autocompiacimento gratuito, continui rimandi ad accadimenti passati, citazioni, personaggi, ammiccamenti; sfoderando il suo intero arsenale di star del firmamento hollywoodiano che negli anni hanno preso parte al MCU.


Ma gli animi si risollevano con l’appropinquarsi della battaglia finale. Perché c’è una battaglia finale, questo non è uno spoiler, lo sappiamo tutti. Anzi, l’agognamo tutti. La più epica battaglia mai inscenata nell’universo Marvel, promessa sin da quando Joss Whedon fece sogghignare Thanos nel mezzo dei titoli di coda del primo film. I conoscitori dei fumetti sapevano che saremmo giunti a questo momento e negli anni lo hanno imparato anche tutti gli altri, ed ora è qui, che incombe su di noi: è tempo di combattere! La battaglia del Wakanda in confronto è nulla.


Un polpo si annoda attorno allo stomaco dello spettatore ed è impossibile non trattenere le lacrime o un grido d’esaltazione quando infine, dopo 22 film, un certo personaggio grida finalmente una determinata frase. La urli con lui. Vorresti combattere con lui. Con tutti loro. Perché se siete andati a vedere tutti i film Marvel al cinema, quelli sullo schermo è come se fossero dei vostri amici e quella che stanno combattendo in fondo è anche la vostra battaglia. Ed è per questo che nell’epilogo le lacrime non mancheranno.


Nonostante alcune ostentazioni di girl-power e politically correct davvero troppo pacchiane per passare inosservate, che rischiano di minare quanto di ottimo vi è nell’ultima ora di film. Ma in fondo poco importa, le emozioni sono più forti. Siamo alla fine dei giochi. Un cerchio che si chiude perfettamente su una memorabile battuta che a ben vedere è stata anche il big bang di tutto il MCU. La conclusione di un progetto che, nel bene o nel male, è monumentale per la propria ambizione. L’epilogo di una saga: e nell’angolo in basso a destra dell’ultima vignetta, per quanto cerchiamo di non accarezzare quelle lettere con gli occhi, c’è scritta indelebile la parola FINE. Le storie proseguiranno, certo, con altri personaggi, su altri mondi, contro altri nemici, ma ad alcuni di loro dobbiamo inevitabilmente dire addio.


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