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Noi

11/29/2019 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Noi

Avercene di horror imperfetti come questo

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Esistono due modi di fare un film horror perché, sostanzialmente, esistono due modi per spaventare qualcuno. Il primo è il più facile: il sussulto che si ha quando qualcuno spunta fuori all’improvviso gridando “Bu!”; un sobbalzo, una scarica di adrenalina e poi tutto svanisce in una manciata di secondi.


Il secondo, più complesso e anche più terrorizzante: ha a che fare con le nostre paure più inconsce. I film horror che riescono a toccare queste corde sono sempre di meno e, comunque, anche tra quei pochi, non tutti riescono alla stessa maniera. Anzi, molti falliscono nel tentativo. Ma quando raggiungono il loro intento è come se riuscissero a sbloccare dentro di noi qualcosa, facendo emergere una paura che sino a quel momento ignoravamo, costringendoci a riflettere sia su noi stessi che sulla società che ci circonda. Noi è uno di questi film. Forse non perfetto a livello di sceneggiatura, forse un po’ prolisso nella parte centrale: eppure il senso d’inquietudine che lascia nello spettatore a fine visione è innegabile.


C’erano grandi aspettattive per Jordan Peele dopo lo scalpore che aveva creato con Scappa - Get Out un paio di anni fa, arrivando a collezionare quattro nomination e un Oscar per la sceneggiatura - non male per l’esordio di un comico con un horror indipendente – dimostrando che è ancora possibile usare questo genere per fare critica sociale. Ma se lì il tema era il razzismo, con Noi Peele alza le ambizioni e parla di... tutti noi. Della nostra società contemporanea, focalizzandosi (ovviamente) su quella statunitense, dichiarandolo sin dal titolo. Noi = Us = U.S. United States.


E infatti il flm si apre proprio con una frase che si riferisce alla miriade di tunnel sotterranei scavati in lungo e in largo per gli States, che nessuno sa a che cosa servano. Prosegue con una scena sul molo di Santa Cruz a inizio anni ’80, con una bambina che si allontana dai genitori, perdendosi nel labirinto degli specchi dove vede uno strano riflesso. La narrazione si sposta di trent’anni avanti e quella bambina è ormai la madre di una famiglia che si appresta a trascorrere l’estate proprio a Santa Cruz. La storia perciò vira verso il più classico home-invasion, condito con tutti i cliché del genere: la famiglia borghese in vacanza, i vicini simpatici, la casa isolata, un vecchio trauma che minaccia di riaffiorare. Poi arrivano gli “invasori” con la loro divisa d’ordinanza: tuta rossa e lunghe forbici dorate, che sono specchio deformante della famiglia protagonista. E finché si prosegue lungo questa rotta, la sceneggiatura si attiene al canovaccio del genere, con ottime intuizioni di regia, ma una storia non proprio originale.


Questo almeno finché Peele non decide di gettare la maschera, contestualizzando la gran quantità di simbolismi che ha sparso sino a quel momento, raccontando finalmente la storia e le motivazioni di questi “noi” dalla tuta rossa. In quel momento è come se iniziasse un secondo film, che costruisce la propria struttura su quanto visto sino a quel momento, cambiando le carte in tavola e gettando nuova luce sui personaggi.


Ora, cerchiamo di tirare qualche conclusione senza sbrodolare spoiler: lo stesso Jonathan Peele aveva dichiarato che Noi non avrebbe trattato nuovamente il tema del razzismo, bensì sarebbe stata una critica sociale più ampia, di classe. E, infatti, uno dei temi del film è proprio il divario di ceto sociale, tra il proletariato e i borghesi. Una critica che, proprio come il razzismo di Scappa - Get Out, si piò adattare anche ad altri paesi, ma che assume una connotazione molto potente se rapportata alla società statunitense. Sotto quest’ottica Peele non risparmia nessuno, nemmeno se stesso; dal momento in cui critica “noi”. Il messaggio è forte, potente, anche se forse troppo didascalico e verboso in alcune scene; forse Peele ha peccato d’ambizione puntando troppo in alto, al punto che la seconda ora di film ne esce un po’ appesantita.


Ma dove la sceneggiatura si dilunga e arranca, ci pensa il comparto visivo a portare avanti la storia in modo egregio: tutta la metafora infatti viene inscenata attraverso suggestioni oniriche degne del miglior Lynch (quanto è inquietante il corridoio pieno di conigli?), filmate attraverso simmetrie e colori fluo che ricordano non poco la fotografia iper-satura dei film di Refn. E poi lo scontro finale a ritmo di tango che si sviluppa su due piani temporali è una delle scene più suggestive viste in un horror negli ultimi anni.


Insomma, forse Noi non è il film asciutto e affilato che ci si aspettava e a tratti forse è addirittura inferiore a Scappa - Get Out... ma avercene di horror imperfetti come questo! Il comparto registico è di altissimo livello, il messaggio per nulla banale e soprattutto la performance doppia di Lupita Nyong’o (ma anche della sua controparte bambina... da brividi!) è una delle migliori prove attoriali dell’anno. Riuscirà ad aggiudicarsi il suo secondo Oscar?


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