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Ran

04/02/2010 10:00

Stefano Camaioni

Recensione Film,

Ran

Ran...

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Ran. Caos. Nel XV secolo l'ormai anziano Hidetora Hichimonji, austero e potente feudatario giapponese, comprende che è giunto il momento di designare, fra i tre figli, il successore delle sue terre e dei suoi eserciti. Dopo aver allontanato il suo prediletto per averlo contestato in alcune opinabili decisioni, Hidetora passa il testimone al figlio Taro, avido di potere ed assetato di sangue. Pur di ottenere quello che gli è stato negato per diritto di nascita, Jiro, il terzogenito, apre un sanguinoso scontro contro il fratello che, nel mentre, ha esiliato il padre ordinando all'intera contea di non offrirgli alcun aiuto. Con il progredire dei sanguinosi scontri anche la mente di Hidetora subisce degli sconvolgenti cambiamenti: gli errori commessi, il senso di colpa ed il bisogno di riscatto lo portano diritto nel baratro della follia, seguito solo da un fedele servitore e dal suo giullare. Gli eventi, tragici, procederanno in una silenziosa ed inarrestabile marcia che porterà al totale disfacimento di tutto ciò che egli stesso aveva creato.


È davvero complesso affrontare in modo convincente un film della portata di Ran. A differenza di altri grandi capolavori del geniale regista giapponese, questo vive di ampissimi respiri, contrastanti con la drammaticità degli eventi che racconta, una lenta discesa verso un baratro circondato da rumori e violenza che lasciano sconvolti per la loro resa surreale. Se già con Vivere, Kurosawa aveva raccontato una storia di riscatto, in Ran ogni speranza viene lacerata nel suo interno e la percezione del senso di colpa provato da Hidetora è assordante nel suo essere un silenziosissimo oblio, un racconto cinico che in un simile contesto autoriale ricorda ancor più le geniali capacità del regista.


Il racconto è una rivisitazione del Re Lear, da cui riprende i toni epici e la drammaticità incessante, inserendovi però elementi chiave della cultura e della filosofia giapponese, aperta e riempita dalla critica umana offerta da Kurosawa (quando Jiro spezza con il ginocchio il fascio che il padre gli ha passato, per dimostrargli l'indissolubile forza nell'unità, comprendiamo già che avrà la meglio a causa di un’irriverente immoralità che lo contraddistingue). Di contro, va detto che Ran non è una visione appetibile per qualunque spettatore, discorso che non ha nulla a che vedere con la capacità di analisi o di comprensione del film: un film della durata di due ore e mezza, con tempi ed evoluzioni tanto dilatate, potrebbe risultare in effetti difficile da digerire. La soddisfazione finale di aver goduto di un simile capolavoro potrebbe di sicuro ripagare di pause e silenzi tanto eccessivi (ma allo stesso tempo necessari a rendere semioticamente la lenta discesa verso la follia di Hidetora) e si può comprendere come le differenze tra il cinema orientale e quello occidentale trovino ancora oggi le loro origini nei grandi cineasti del passato, in Ozu, in Kurosawa e gli altri padri.


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