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L'uomo che verrà

04/09/2010 10:00

Valeria Princi

Recensione Film,

L'uomo che verrà

Vincitore del gran premio della giuria al Festival Internazionale di Roma del 2009, L'uomo che verrà ricorda una pagina dimenticata della nostra storia...

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Vincitore del gran premio della giuria al Festival Internazionale di Roma del 2009, L'uomo che verrà ricorda una pagina dimenticata della nostra storia. La località di Monte Sole, nei pressi di Bologna è tristemente nota per essere stata lo scenario del feroce rastrellamento compiuto tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 dalle truppe tedesche: “La strage di Marzabotto” contò quasi 800 vittime. Giorgio Diritti (Il vento fa il suo giro) ricostruisce i mesi precedenti al massacro, vissuti attraverso gli occhi di Martina, una dolce bambina di 8 anni che non aspetta altro se non la nascita del suo fratellino, “l'uomo che verrà”.


È l'anno 1943. Martina vive in un podere nella campagna romagnola insieme ai suoi genitori e ai suoi numerosi parenti, tutti contadini che vivono in condizioni di estrema miseria. La bambina, che non parla più da quando il fratello minore le morì tra le braccia, aspetta con emozione la nascita di un altro fratellino che la madre porta in grembo. I mesi trascorrono in condizioni estreme, la guerra è ormai alle porte, diventano sempre più frequenti gli scontri tra le SS e la formazione partigiana Stella Rossa, l'esito finale sembra sempre più incerto; Martina e la sua comunità vivono continuamente nel terrore. Il tanto desiderato fratellino viene alla luce il 29 settembre, contemporaneamente all'inizio dell'eccidio nazista.


Giorgio Diritti dirige il film con estrema verità storica ma non tralascia comunque l'emozione. Il grigio è il colore dominante di ogni scena, gli altri colori vengono quasi annientati in una situazione così drammatica. La sensazione di realismo è accentuata dalla recitazione degli attori, tra cui molti non professionisti, e dai dialoghi svolti in un dialetto emiliano talmente incomprensibile da giustificare l'uso dei sottotitoli - Greta Zuccheri Montanari (la piccola protagonista) non ha bisogno di parole, basta il suo sguardo per rimanere totalmente disarmati di fronte allo schermo. I costumi di Lia Francesca Morandini sono una perfetta testimonianza della povertà al tempo della guerra, adeguati al contesto e perfettamente in linea con l'intento della produzione: risultare verosimile, emozionare e infine commuovere.


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