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Christine Cristina

06/05/2010 10:00

Laura Guglielmo

Recensione Film,

Christine Cristina

Mentre si accende la lotta tra Armagnacchi e Borgognoni, l 'italiana Cristina da Pizzano, conosciuta anche come Christine de Pisan, dopo aver vissuto insieme al

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Mentre si accende la lotta tra Armagnacchi e Borgognoni, l 'italiana Cristina da Pizzano, conosciuta anche come Christine de Pisan, dopo aver vissuto insieme al padre, astrologo e medico alla corte francese di Carlo V, rimane vedova e in miseria dopo aver perso tutti i suoi beni. Christine prova a chiedere aiuto ai suoi amici nobili ma nessuno accoglie in casa lei e i suoi due figli per non inimicarsi il nuovo regnante. La donna otterrà aiuto solo dall’amica lavandaia Thérèse e da suo marito Charleton, un cantastorie da osteria. Grazie a lui e alla loro collaborazione Christine metterà a frutto il suo talento poetico, apprezzato e notato dal teologo Gerson con il quale la donna vivrà un tenero amore platonico. Presto, sia Charleton che Gerson scompariranno dalla sua vita e lei, insieme all’amica Thérèse, riuscirà a salvare i suoi figli dalla miseria e ad affermarsi come poetessa, lanciando la sua personale sfida alla poesia ufficiale in voga in quegli anni.


Esordio dietro la macchina da presa per una veterana del set come Stefania Sandrelli, coadiuvata in cabina di regia dal compagno Giovanni Soldati. Ambientata in Francia tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’Umanesimo, la storia di questa donna moderna, una proto-femminista, che combatte contro il buio medioevale e contro la vacuità dell’arte di Stato, è la forza di questo film. Una forza e una passione mescolate a quella grazia e femminilità che solo le donne che preservano in sé un lato bambino, come Christine, sanno far convivere con la determinazione e il coraggio. Eppure sullo schermo per la Sandrelli c’è spazio solo per la grazia, per una grazia che, invece, smorza quei toni intensi e vivaci che avrebbero arricchito il film traducendo tutte le sfumature di una storia così complessa e forte in monito per le donne di ogni tempo e luogo. Una grazia ineffabile che penalizza il film, salvato dalla maestria di mostri sacri del palcoscenico italiano come Alessandro Haber, Roberto Herlitzka, Paola Tiziana Cruciani. Haber, completamente a suo agio nei panni del cantastorie Charleton, regala al film una delle sue prove migliori; Herlitzka costruisce con raffinatezza inarrivabile un bozzetto delizioso con il suo Sartorius, e la Cruciani, nei panni di una lavandaia, rende a pieno la grande dignità e coerenza che appartiene spesso proprio ai più semplici. Peccato che le prove dei due protagonisti, Amanda Sandrelli e Alessio Boni, spesso inespressivi e scialbi, non siano all’altezza del livello dei loro esimi colleghi. La fotografia (che porta la firma di Paolo Carnera), i costumi di Nanà Cecchi e la scenografia di Marco Dentici, in tutta la loro qualità, non riescono però a salvare il film. La pellicola si regge grazie alla sceneggiatura scritta con perizia da Giacomo Scarpelli e Marco Tiberi ( insieme alla stessa Sandrelli) e supervisionata dal maestro Furio Scarpelli.


Come tanti gioielli incastonati in una cornice costruita maldestramente, così le prove attoriali di alto livello sono inserite in una narrazione poco fluida che procede per brusche scolte narrative, incorniciate da un inizio e un finale frettolosi e poco coinvolgenti. Si scava poco nell’animo dei personaggi, soprattutto dei due protagonisti. La colonna sonora di pregevole fattura (in cui si annovera il brano Come Again cantato da Sting) disturba piuttosto che valorizzare gli snodi più belli del film. Tanto di cappello comunque alla Sandrelli che, dopo tanti anni di onorata carriera come attrice, ha avuto il coraggio di sperimentare e buttarsi nella direzione non semplice di un film in costume.


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