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Final Destination 3

05/11/2010 10:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

Final Destination 3

Dopo qualche anno di assenza la Morte è tornata a colpire per la terza volta, e lo fa attraverso il ritorno della squadra che aveva già diretto il primo Final D

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Dopo qualche anno di assenza la Morte è tornata a colpire per la terza volta, e lo fa attraverso il ritorno della squadra che aveva già diretto il primo Final Destination, capitanata da James Wong. Proprio per questo motivo ci si aspettava un ritocco quantomeno nei tratti essenziali della saga, al fine di rinnovare un’ottima base di partenza che ormai risultava quasi obsoleta. I produttori hanno invece scelto ancora una volta la strada più agevole (e più sicura), riversando idee e risorse verso un target prettamente adolescenziale, il vero motore commerciale che ha garantito discreti incassi sia al primo che al secondo capitolo. Fatto sta che neanche il terzo ha deluso le aspettative economiche, a discapito di una trama che non si differenzia minimamente dalle precedenti, anzi riesce ad essere più monotona e sfilacciata. Non c’è una vera e propria consequenzialità narrativa con i due precedessori, sebbene la struttura di fondo non sia mutata.


Un gruppo di ragazzi si sta divertendo al luna park locale per festeggiare la prossima conquista del diploma. Wendy è la responsabile della raccolta foto da inserire nell’annuario scolastico. Mentre si dirige alle montagne russe del parco con il proprio ragazzo e i suoi amici, la giovane è colpita da strani presentimenti. Una volta salita sulla carrozza avrà una e vera e propria visione, in cui un inconveniente tecnico alle rotaie provocherà la morte di tutti i passeggeri, compresi i suoi compagni. Nel caos generale causato dal panico della ragazza, solo alcuni passeggeri verranno costretti a scendere insieme a lei. Nel momento in cui vengono allontanati dalla security, la carrozza esplode con tutti i passeggeri, tra cui il ragazzo di Wendy, esattamente come preannunciato dalla premonizione. Dietro la tragedia c’è un nuovo piano della morte, come avvenuto per il volo 180; e come sei anni prima il destino torna a saldare il conto nei confronti dei sopravvissuti fuori programma. Wendy inizia così una nuova corsa contro il tempo e la sorte per salvare i predestinati ancora in vita, le foto scattate al luna park sembrano essere gli unici “segni” in grado di anticipare la morte ed evitare una fine certa ed imminente ai compagni e a se stessa.


Cambiano i personaggi e gli scenari, ma la sostanza è sempre la stessa. Sulla falsa riga dei primi due, lo spettatore di Final Destination 3 non aspetta altro che soddisfare il proprio gusto sadico nell’assaporare l’ennesima carneficina; con la pesante aggravante di vedere notevolmente ingrandita la dimensione liceale e la presenza di effetti speciali di quart’ordine. Viene meno dunque anche quello che era il fiore all’occhiello del secondo capitolo: della meticolosità con cui venivano preparate le scenografie di morte dal team di Ellis non c’è più la minima traccia – si potrebbe eccepire solo sulla scena delle lampade abbronzanti. Il finale può essere considerato come una rivisitazione più ampia dello storico capostipite. Difficile insomma attribuire un vero pregio all’opera di Wong come pure sperare che la serie abbia un più florido futuro. Basterà il 3D del quarto episodio a ridarle lustro?


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