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Nightmare 2 - La rivincita

07/28/2010 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, Horror, nightmare,

Nightmare 2 - La rivincita

All'uscita nelle sale cinematografiche, Nightmare, contro ogni previsione, si dimostrò un tale successo commerciale da proiettare la New Line Cinema, fino a que

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All'uscita nelle sale cinematografiche, Nightmare, contro ogni previsione, si dimostrò un tale successo commerciale da proiettare la New Line Cinema, fino a quel momento piccola casa di produzione, nell’olimpo delle major cinematografiche. Era palese che, dato il clamoroso successo ci fossero pressioni per battere il chiodo finché ancora caldo. L'errore nel progetto Nightmare 2 – La rivincita fu di estromettere Wes Craven (creatore e regista del primo film), affidando la regia al semi-esordiente Jack Sholder (con alle spalle solo il discutibile Soli nel buio, 1982) e la sceneggiatura all’acerbo David Chaskin. Insomma, non proprio quella che si definirebbe una mossa vincente. I serrati tempi di produzioni fecero approdare il film nei cinema a meno di un anno dal precedente (1 novembre 1985), e nonostante la pessima accoglienza della critica e dei fan (che a tutt’oggi lo considerano “il peggiore episodio della saga”) solo in patria l’incasso fu di ben 29 milioni di dollari.


A Springwood sono trascorsi cinque anni dai tragici fatti di Elm Street, e la casa che ne fu teatro è stata venduta ai Walsh, tipica famiglia borghese di provincia. I problemi iniziano quando il figlio maggiore, Jesse (Mark Patton), vede in sogno un uomo dal volto ustionato. Con l’aiuto di Lisa (Kim Myers), Jesse porta a galla i fatti accaduti in quella casa e scopre che Freddy Krueger (Robert Englund) è tornato, assetato di vendetta, e si nasconde dentro di lui come un demone possessore.


Nightmare 2 – La rivincita di per sé possiede qualche spunto interessante che avrebbe potuto guidare il film in altre acque, ma la regia piatta e uno stuolo di attori mediocri lo affossano dopo il primo quarto d’ora. Innanzitutto l’idea di trasporre l’azione dal sogno al mondo reale avrebbe potuto evitare una ridondanza con il capitolo precedente se solo non fosse stata sfruttata così male, gettando sul film un’ombra di confusione tale da non far distinguere allo spettatore i momenti “reali” da quelli “onirici”. Un’altra mossa azzardata, rivelatasi poi come un madornale passo falso, fu di affidare il ruolo di protagonista a un ragazzo anziché alla classica final-girl come la tradizione degli slasher impone, da Halloween a Venerdì 13. Il rapporto morboso tra Freddy e la sua vittima (che nel primo episodio funzionava grazie alla chimica da “la bella e la bestia” tra Englund e la Langenkamp) qui viene da molti letto come una sorta di sottotesto omosessuale tutt’altro che sottile, suggellato da una serie di situazioni (il locale sadomaso, il coach pederasta, l’ambigua scena in cui il protagonista scappa dalla sua ragazza per rifugiarsi a casa di un amico) che non fanno altro che alimentare questi dubbi al punto che molti critici arrivarono a definire Nightmare 2 come “il primo horror gay”. Un altro errore fu quello di “limitare” le apparizioni di Freddy (vera star della pellicola nonché unico filo conduttore con il primo episodio) concentrando l’attenzione sui protagonisti. Anche questo non sarebbe un male se solo l’approfondimento psicologico non fosse così sfocato e banale (il classico disagio adolescenziale condito con il rapporto conflittuale con i genitori).


Robert Englund fa quello che può e le sue apparizioni sono le uniche cose che rimangono impresse, anche se nella scena finale il personaggio rasenta il ridicolo rincorrendo come un cane impazzito le dozzine di ragazzi seminudi che sgambettano a bordo piscina. Un’unica cosa rimane davvero calcificata nella mente dello spettatore, l’inquadratura a mezza figura di Krueger che, guardando i ragazzi intrappolati in un vicolo cieco, allarga le braccia e ghigna: “Siete tutti figli miei, ora”, metaforica presa di coscienza dell’ascesa di Freddy a icona horror di fine millennio.


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