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L'era glaciale

18/10/2010 10:00

Davide Tecce

Recensione Film, animazione, era glaciale,

L'era glaciale

In un panorama come quello del cinema d’animazione degli ultimi quindici anni, affollato da numerosi prodotti seriali di qualità spesso elevata, appare piuttost

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In un panorama come quello del cinema d’animazione degli ultimi quindici anni, affollato da numerosi prodotti seriali di qualità spesso elevata, appare piuttosto arduo creare da zero un fenomeno del tutto nuovo e che risulti al contempo dotato di una caratterizzazione propria ed accattivante. La 20th Century Fox decide a tal proposito di giocare la carta chiamata Blue Sky Studios, compagnia specializzata in animazione e grafica computerizzata. La direzione della pellicola in cantiere viene affidata alle mani di Chris Wedge (già vincitore di un Oscar per la regia del corto Bunny nel 1998) e in quelle di Carlos Saldanha: una scelta che si dimostrerà vincente, in quanto, sebbene esordienti nel settore dei lungometraggi, i due autori riusciranno a dare vita ad una piccola gemma dal grande valore, capace di sbancare al botteghino con un risultato sorprendente, collezionare una nomination ai Premi Oscar 2003 nella categoria “miglior film d’animazione” (che sarà poi vinta da La città incantata di Miyazaki) e di conquistare nel corso degli anni un pubblico sempre più vasto ed esigente.


Il segreto del successo de L’Era Glaciale va innegabilmente individuato nella pregevole alchimia di umorismo, avventura e buoni sentimenti confezionata con abilità all’interno di uno strampalato road-movie di ambientazione preistorica. La vicenda narrata sullo schermo non offre di per sé spunti particolarmente innovativi per il genere, ciononostante la simpatia dei personaggi e l’efficace susseguirsi di situazioni dolci e rilassate - in certi tratti persino poetiche - ad altre più dinamiche e vivaci, contribuiscono a delineare un ritmo alquanto godibile e coinvolgente. Il quadro complessivo dell’opera risulta poi ulteriormente impreziosito dal buon doppiaggio e dal gioco serrato di gag, battute e citazioni disseminate qui e là dagli autori: i battibecchi tra Sid e Manfred ricalcano quelli della coppia Shrek & Ciuchino; le funamboliche disavventure splastick dello scoiattolino Scrat - all’apparenza un comprimario, in realtà tra le figure più amate dal pubblico - fanno tornare alla mente le altrettanto spericolate peripezie di Willy il coyote; il saluto del bambino alla navicella spaziale ibernata è nello stile “vulcaniano” inventato da Mr. Spock di Star Trek; l’epico “rugby delle angurie” con la popolazione di Dodo sbeffeggia irriverente un’intera generazione di cinema bellico e d’azione hollywoodiano. Elementi come questi, insieme al sottile messaggio d’amicizia multirazziale della pellicola ed al fitto tessuto di lazzi e metafore in essa incluso, rendono la visione de L’Era Glaciale adatta anche e soprattutto ad un pubblico più adulto, permettendo così all’esercito di genitori di divertirsi non meno dei loro stessi figli.


Sotto il profilo prettamente tecnico, il design dei Blue Sky Studios appare semplice e funzionale, pur risentendo in modo evidente di un livello generale di dettaglio inferiore ad altre produzioni concorrenti (in primis Shrek e i lungometraggi Pixar): i disegni curati da Carlos Saldanha convincono in pieno per l’ottima resa espressiva dei volti e la fluidità aggraziata delle movenze dei protagonisti, laddove invece gli effetti atmosferici ed i paesaggi appaiono meno soddisfacenti e non proprio all’avanguardia. Fortunatamente la sobrietà stilistica della grafica tridimensionale non pregiudica affatto il godimento dell’opera, risultando anzi perfettamente in linea con l’intento finale della pellicola, che è in fondo quello di conquistare lo spettatore grazie all’ironia e ai sentimenti, piuttosto che accalappiarlo con roboanti effetti digitali. In buona sostanza, L’Era Glaciale ha saputo giustamente ritagliarsi uno spazio speciale nel cuore del pubblico del nuovo millennio: riscontrare i segni di un tale successo appare oggi sin troppo facile e scontato, dato che stiamo parlando di un film che nel corso degli anni ha raggiunto notevoli traguardi economici e a cui si sono presto aggiunti due sequel di non minore popolarità (seppur qualitativamente inferiori all’originale). Ma non era certo così al momento della sua uscita nei cinema, risalente al già lontano 2002: per questo motivo, a ben vedere, la fatica di Wedge e soci ha il gusto sbarazzino della scommessa vinta a sorpresa, piuttosto che quello del trionfo annunciato. E dal momento che, insieme alla premiata ditta Sid-Manfred-Diego, a vincere (almeno in questo primo episodio) è la forza delle idee semplici e della simpatia, constatare lo straordinario traguardo da essa raggiunto non può che divenire fonte di sincera letizia.


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