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Dalla vita in poi

11/16/2010 11:00

Erika Di Giulio

Recensione Film,

Dalla vita in poi

Diretto da Gianfrancesco Lazotti (una carriera da sceneggiatore e regista di successo per il piccolo schermo) e presentato in anteprima all’ultima edizione del

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Diretto da Gianfrancesco Lazotti (una carriera da sceneggiatore e regista di successo per il piccolo schermo) e presentato in anteprima all’ultima edizione del TaorminaFilmFest, Dalla vita in poi racconta di un amore eroico e genuino, che sfonda le barriere della disabilità e si protende ostinatamente alla ricerca di un futuro possibile inventato su misura.


Rosalba (Nicoletta Romanoff) è innamorata di Danilo (Filippo Nigro), omicida condannato a trent’anni di reclusione. La ragazza si convince che una lettera al giorno potrà strapparlo alla malinconia ed inizia così un lungo rapporto epistolare all’insegna della dolcezza ma, la difficoltà che prova nel tentativo di dar forma ai propri sentimenti, la condurrà ad avvalersi dell’aiuto della sua migliore amica Katia (Cristiana Capotondi), costretta su una sedia a rotelle per una distrofia muscolare. A volte però “il poeta cede al suo stesso incanto” e la giovane finisce così in un vortice lirico in cui, da novella suggeritrice d’amore, presta a Rosalba dapprima il proprio tratto appassionato e poi progressivamente la sua piena anima, sostituendosi a lei nell’amore verso Danilo. Grazie alla sua infinita caparbietà Katia riesce ad ottenere il permesso per visitare l’amato in carcere e dare così finalmente un volto alla propria passione. Sarà il primo di una lunga serie di incontri, fatti di sorrisi accennati, parole, sguardi e slanci rimandati. Confronti serrati e difficili nei locali scoloriti del parlatorio, due esistenze che si congiungono nei limiti fisici e nei vincoli di spazio-tempo (l’angustia del luogo, un carcere che puzza di ferro e cemento e un modesto appartamento di periferia), entrambe nell’orgoglio, nella marginalità e nell’amore. Dopo il matrimonio celebrato in carcere, il giudice accorda a Danilo il primo permesso per incontrare la sua giovane moglie fuori dal penitenziario. Sarà in questa occasione che Katia, con la complicità di Rosalba, gli organizzerà una fuga che non sortirà però l’effetto sperato. Danilo infatti, sente che la vita del latitante lo allontanerebbe per sempre da Katia e che la libertà senza di lei non avrebbe senso. Decide così di rientrare in carcere, l’unico luogo in cui in fondo, ha conosciuto l’esistenza percorrendone i sentieri. Per (r)esistere. Dalla vita in poi.


Il film (un’opera prima se si esclude Saremo felici anno 1989) mette al centro tre personaggi e tre destini. Katia, Danilo e Rosalba esistono davvero, così come il quartiere romano di Colleverde e il carcere di Rebibbia. Tre esistenze, a loro modo, recluse. Differenti visioni di vita che si incrociano un giorno, per caso. Ispirato a una storia vera e come la filigrana delle banconote che ne certifica l’autenticità, l’opera è il risultato di modifiche e invenzioni sempre attinenti alla realtà. Ammette il regista: «Scrivendo, modificando, inventando, camuffando e stravolgendo i fatti mi sono accorto che la verità di questa storia, per quanto si manometta, riaffiora sempre». La sceneggiatura è ricalcata sulla vita della vera Katia e sugli incontri che il regista ha avuto con lei. Non c’è spazio per la critica e per il risvolto sociale. Dalla Vita in Poi muove dalla difficoltà di entrare in relazione e lo fa senza filtri. Il regista si dimostra più disinvolto sulle corde dell’ironia e meno allenato quando tenta di spingere sul pedale del dramma. Girato con l’appeal della fiction, con qualche smagliatura di troppo nell’intreccio e nella messa in scena costruita sul flashback, al film tuttavia va riconosciuto il merito di essere libero dai cliché e di non ingabbiare gli interpreti. Nella periferia plumbea delle paraboliche e delle grate di protezione, gli assaggi di vita possono essere solo spiragli di luce abbagliante che bruciano gli occhi. Lazotti immagina una realtà umida fatta di strappi, di toni freddi ben contrastati ed è essenziale nel fraseggio. Così i corpi, avvicinati dalla macchina a mano, si rigirano nel letto e faticano a trovare l’intimità che li normalizzi. Emerge tutta l’impasse, la ruvidezza dei rapporti e la poca abitudine alla socialità. Un gruppo di vinti che accetta la propria condizione ma che non vi si arrende. Come accade spesso in questo tempo di attrazioni virtuali, si amano prima di conoscersi, ma lo fanno rispolverando l’antichità, attraverso uno scambio epistolare. Katia ostinata fanciulla dalla spiccata sensibilità, costretta inizialmente a vivere le emozioni per conto terzi, si ritrova a prestare la sua voce a Rosalba e a parlare coi versi, come Cyrano.


Buona la prova di Cristiana Capotondi che sveste i panni infeltriti dell’adolescente alle prese con intrighi sentimentali e conquista la maturità (attoriale). Lazotti le concede finalmente una dimensione offrendole il ruolo di una donna coraggiosa e autonoma nei sentimenti e nei rapporti con gli altri. Ed è in questo che si svela il suo essere diversamente abile, non tanto nella limitazione fisica, quanto nella capacità di puntare con tenacia gli obiettivi e di stringerli forte senza mai arrendersi. Perché, spiega il regista, “non servono le gambe per raggiungere una meta e non serve la libertà per essere liberi. L’orizzonte più bello, certe volte, si trova negli occhi di una persona”. Katia è protesa verso la vita, anche se solo per metà, e si fa portatrice di sentimenti positivi. Ottima la sintonia con l’intenso Filippo Nigro, un cuore cattivo senza desiderio e possibilità di riscatto. Nel cast anche Carlo Buccirosso e Pino Insegno, poliziotto infame prossimo alla detenzione. Gradevoli i siparietti con la Romanoff che stende i panni in tacchi a spillo, ma che tuttavia non può dirsi alla sua migliore interpretazione. Il regista sferra un pugno che non vuole colpire allo stomaco. Dalla vita in poi non è un film di denuncia. La crudezza e la verità si bloccano sempre un attimo prima e si preferisce mitigare con l’ironia. Lazotti non sceglie e resta in bilico. Tenta il graffio dell’umorismo e della commedia, fa voto di leggerezza e disimpegno, salvandosi dal pietismo. Ed il risultato è straniante e a tratti poco convincente. Con un po’ di melassa nel finale, e poca grinta.


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