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August Underground

01/04/2011 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

August Underground

Alla depravazione umana non c’è limite e August Underground ne è la prova

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Chiariamolo subito, August Underground non è un film snuff anche se allo spettatore sprovveduto potrebbe sembrarlo. Era nelle intenzioni del regista Fred Vogel farlo apparire così, girando un film disturbante oltre ogni dire, morboso, ossessivamente voyeuristico e qualitativamente pessimo. Il film potrebbe essere etichettato come un finto documentario (mockumentary) buttato nel mucchio di prodotti discutibili come The Blair Witch Project o Rec, se solo non fosse per i contenuti decisamente estremi messi in scena. Sul piano visivo, il film è letteralmente "girato in casa" con una miniDV sul cui nastro sono stati impressi decine e decine di altri filmini data la pessima resa video (ovviamente voluta): l’immagine è piena di grane, colori desaturati, sfocature e bordi doppi, il tutto suggellato da inquadrature instabili, a volte sottosopra, zoom decentrati e trascinamenti. Vogel si spinge tanto in là da annullare l’idea stessa di cinema, realizzando un film ai limiti dell’amatoriale che, anziché proporre le vacanze al mare con gli amici, segue per poco più di un’ora (la durata di un nastro, appunto) la giornata tipo di due ragazzotti di provincia che campano alla giornata. E non ci sarebbe nulla di strano se questi due in realtà non fossero degli psicopatici, i cui miti non dichiarati sono tipi come Ed Gein o Charles Manson, che mettono in scena un’orgia di violenza, sesso e sadismo al cui confronto i moderni torture-porno, da Hostel a Saw, diventano sbiaditi e anemici spettacoli.


Tanto per dare un'idea, il film si apre con una carrellata che segue uno dei due protagonisti (Kyle Dealman, mentre quello sempre dietro la telecamera che se la sghignazza allegramente è Vogel stesso) nella cantina di casa dove c’è una ragazza nuda, legata a una sedia, il capezzolo sinistro reciso, la pelle ridotta a un affresco di tagli, sangue e feci. Pochi secondi dopo, giusto per gradire, scopriamo che nella stanza accanto giace il cadavere di un uomo percosso a morte a cui sono stati recisi i genitali.


Al di là della falsa patina di snuff, che già di per sé basterebbe per far demordere molti spettatori, il realismo della messa in scena raggiunge livelli di veridicità davvero impressionanti: gli effetti speciali di trucco raggiungono apici che spesso non vengono nemmeno sfiorati dalle mega-produzioni hollywoodiane, così come la recitazione, sia dei carnefici che delle vittime. Di sicuro la sceneggiatura di Vogel e di Allen Peters (un agglomerato di fuck, bitch e whore) non ha la complessità articolata di una tragedia shakespeariana, ma la recitazione rende il tutto ancor più morboso e inquietante. C’è chi l’ha definito immondizia, c’è chi ha urlato al capolavoro (qualcuno l’ha fatto per davvero!), ma in qualsiasi modo voi la pensiate sappiate che se con Violent shit, Guinea pig, Cannibal Holocaust, SS experiment camp pensavate di aver visto tutto, non è così. Alla depravazione umana non c’è limite e August Underground ne è la prova. E se siete a caccia di emozioni ancora più forti, l’unico altro film in grado di competere è solo August Underground’s Mordum, seguito girato nel 2003 sempre da Fred Vogel, da molti considerato il “punto di non ritorno dell’estremo”.


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