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Vento di primavera

01/25/2011 11:00

Erika Di Giulio

Recensione Film,

Vento di primavera

La Francia è sotto l'occupazione tedesca...

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La Francia è sotto l'occupazione tedesca. Gli ebrei vengono allontanati da ogni luogo pubblico, dal loro impiego, dalle scuole. La situazione peggiora di giorno in giorno e la città si divide: alcuni cercano di proteggere e aiutare i loro vicini semiti, altri li insultano e li deridono. Dalla creatrice di Animal (2006) Rose Bosch, Vento di primavera giunge come una riflessione lucida ed equilibrata, scevra da sentimentalismi e sublimazioni. Un pugno allo stomaco. Una storia scritta tutta d’un fiato. L’occasione per la riconciliazione di un popolo col proprio passato mai totalmente passato. Ancora una volta utile, per non dimenticare l’abnorme, l’inspiegato, La rafle.


Joseph ha undici anni.
 Va a scuola e porta cucita sul petto una stella gialla. La sua famiglia e i suoi compagni hanno imparato a vivere in una Parigi occupata, sulla collina di Montmatre, dove hanno trovato rifugio. 
E così, mentre gli ebrei lavorano amando la Francia e la loro vita scorre umanissima negli interni familiari, sul tavolo delle decisioni politiche si commerciano i destini di migliaia di persone. La mattina del 16 luglio 1942, in seguito ad un accordo tra Hitler e il generale Pétain, la fragile condizione di queste famiglie è compromessa per sempre.


Vento di primavera ricostruisce il terribile rastrellamento di massa avvenuto a Parigi nell’estate del 1942, quando 13000 ebrei vennero arrestati e rinchiusi nel Vélodrome d'Hiver, per poi essere condotti ad alcuni campi di detenzione in Francia (Drancy per i nubili, Beaune-La-Rolande per le famiglie con figli), prima di essere smistati nei campi di concentramento tedeschi. Ci sono 4.051 bambini. Joseph Weismann (interpretato dal piccolo Hugo Leverdez) è uno di loro, superstite e testimone dell’orrore. Nel megacontainer del Vélodrome d'Hiver, scatola (dis)umana, restano assetati per giorni senza servizi igienici e con pochissimo cibo. Ad aiutarli un manipolo di piccoli eroi coraggiosi. L’infermiera protestante Annette Monod (Mélanie Laurent nella parte di una guerriera, volenterosa e bellissima); i pompieri che non solo li dissetano con gli idranti, contravvenendo agli ordini, ma accettano di consegnare in segreto messaggi per parenti e amici; il Dr. David Sheinbaum, medico ebreo che si prende cura dei bimbi, abitato con trasporto da Jean Reno. L’attore, nato in Spagna ma naturalizzato francese, si affida (finalmente) al registro interpretativo dell’emozione pura, incarnando un uomo dall’animo sconfinato e nobile, che accompagna e divide con i pazienti un percorso di grande dolore, anche quando un mattino Joseph e gli altri bambini vengono separati dai genitori. Il film intreccia i volti e gli sguardi di coloro che tacquero mantenendo il silenzio, dispensando acqua e collaborazione; degli aguzzini e di coloro che hanno patito; degli ottimisti e di chi ha resistito. Possiamo sempre scegliere e la disobbedienza civile è spesso una leale necessità.


Uno straordinario sforzo produttivo per una troupe di veri combattenti: fiumi di comparse, Olivier Raoux che fa il miracolo alla scenografia (ricostruendo di sana pianta il Vel D’Hiv e il campo di Beaune-La-Rolande), cast franco-ungherese che avvicina veterani (Reno, Laurent, Gad Elmaleh) e debuttanti (Raphaelle Agogué e il piccolo Leverdez), un certo didascalismo nella fotografia e colonna sonora che riluce di sublime (Édith Piaf, Charles Trenet, Georges Delerue, Ray Ventura, George Wilson, Philip Glass, Claude Debussy). Rose Bosch mescola e ricostruisce i fatti con la dovizia di un’ex giornalista che segue l’inchiesta e realizza un reportage (3 anni e nove ore al giorno dura la fase di documentazione). Alterna montaggio e punti di vista e privilegia la dimensione interiore, governando con mano ferma tre storie così lontane eppure troppo vicine: quella dei deportati, quella di Pétain, Vichy, e quella di Hitler sul terrazzo del Berghof con Eva Braun. Ci aggredisce nell’urlo assordante del velodromo, in cui non corrono più biciclette ma ebrei; ci umilia nella violenza del rastrellamento che ammucchia presenze d’uomo come fossero d’animale. E non abbassa mai lo sguardo, neanche quando è alto poco più di un bambino. Gli ebrei di Bosch gridano e reagiscono; non sono ammassi silenziosi tradizionalmente rappresentati. Ebrei oggetti smarriti, facce da ritrovare appese al muro. Fotografie. Amabili resti. Chiacchiere di palazzo, la fuga di un ragazzino, fame, sporcizia, fagotti, il gas, le coscienze, il suicidio delle madri, i treni, il non-ritorno. La corsa del piccolo Nono (nella doppia interpretazione dei gemelli Mathieu e Romain Di Concetto) smanioso di partire convinto com’è di ritrovare la madre. La fiducia di un bambino testimoniata e tradita al cospetto del furore adulto. La stessa di Giosuè ne La vita è bella. L’Incomprensibile vergogna nazista stipata in un’estate di morte. Rose Bosch ha il pugno di ferro ma (si) commuove, sguinzagliando tre macchine a mano ad ingaggiare un faticoso corpo a corpo tra la gente o ritornando silenziosa nell’ineluttabile staticità delle stanze del potere, così dannatamente composte. Tira un vento di primavera e c’è profumo di madeleine nell’aria. È luglio. Eppure si gela.


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