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Jumper - Senza confini

01/27/2011 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

Jumper - Senza confini

I supereroi ancora protagonisti a Hollywood, impressi su pellicola da un autore proveniente dal cinema indipendente e a cui si deve il fortunato startup della s

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I supereroi ancora protagonisti a Hollywood, impressi su pellicola da un autore proveniente dal cinema indipendente e a cui si deve il fortunato startup della saga del fuggiasco Jason Bourne. Ma il successo è difficile da gestire, e lo testimoniano i due progetti successivi. In Jumper si salta nello spazio-tempo: da un luogo all'altro, da una stanza all'altra, solo perché considerato "cool". Doug Liman alimenta così un nuovo filone sci-fi approssimativo (concettualmente) ma pilotato dal punto di vista commerciale, espressamente studiato per esaltare le doti atletiche degli adolescenti. Difficile accogliere a braccia aperte un prodotto di intrattenimento che favorisce un'esagerazione visiva a discapito di una struttura narrativa logica e rigorosa. Perché se non si armonizza etica e spettacolo, sfugge il senso delle azioni, e delle ambizioni non rimangono che vacui ricordi.


Tratto da un racconto ideato da Steven Gould nel 1992 (inedito in Italia), Jumper narra della lotta tra i jumper e i paladini, una setta di esaltati capeggiati da un opaco Samuel L. Jackson. Il protagonista è un ragazzo che scopre di possedere il dono del teletrasporto a diciassette anni; il suo nome è David Rise (Hayden Christensen). Infastidito dall’inesistente rapporto col padre e amareggiato per l’allontanamento della madre quando lui aveva appena cinque anni, decide di servire il lato oscuro della causa. Utilizza così quel dono per rubare e dunque arricchirsi furbescamente, sicuro del lavoro in banca che gli serve come copertura. Potendo visitare qualsiasi luogo del mondo, viaggia continuamente per sette anni, fino a quando uno dei paladini si mette sulle sue tracce…


David Rise si inserisce nel girone degli eroi dannati dei primi anni novanta, talmente bello e spocchioso da non aver bisogno di una maschera che ne camuffi le insicurezze. Il giovane Hayden Christensen ha la sfortuna di possedere tutti i requisiti fisici richiesti dal modello supereroistico americano, eccetto quello più importante: il carisma. Nonostante la pellicola sia in parte firmata dal veterano dei cine-comics David S. Goyer (Blade, Batman begins), l’impronta del regista e dei suoi collaboratori (Simon Kingber, Lucas Foster) non è in grado di lasciare un segno importante nel panorama cinematografico contemporaneo. La prevedibilità con cui il regista sviluppa il concetto del teletrasporto è allo stesso modo stantio e spettacolare. D'altra parte, che Liman sia un regista appariscente, capace di alterare la componente visiva con l’artificiosità della computer grafica lo si era capito dall’insipido Mr. & Mrs. Smith - cafone action movie privo di trama. In Jumper tenta la carta del "lato oscuro" attraverso la memoria storica del suo protagonista, ma questo, unito allo storyline approssimativo e a un cinico happy ending (“noi non siamo degli eroi, non salviamo le ragazze in difficoltà”), non favorisce l'identificazione con l’antipatico protagonista. Nota patriottica a margine: la decantata scena realizzata nel Colosseo (per la prima volta aperto a una troupe cinematografica) è una delle migliori sequenze d'azione che il film ha da offrire, specialmente se confrontata con le altre banali location, piatte e colorate come tante cartoline patinate.


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