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Scream 2

04/18/2011 10:00

Luca Lombardini

Recensione Film, Horror, scary movie, scream,

Scream 2

Sopravvissuta alla mattanza di Woodsboro, Sidney intraprende la carriera universitaria in un college del Midwest, l’incubo con la maschera di Ghost Face, però,

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Sopravvissuta alla mattanza di Woodsboro, Sidney intraprende la carriera universitaria in un college del Midwest, l’incubo con la maschera di Ghost Face, però, torna a tormentarla.


Quanto prezioso sia nell’economia della saga il secondo capitolo, lo si comprende appieno soltanto dopo aver assistito a Scream 4. Wes Craven e Kevin Williamson concretizzano nell’episodio due quanto provato a replicare e duplicare invano nella loro ultima (?) fatica. Più che il prevedibile e copionistico prolungarsi degli eventi (la vicenda si svolge ad appena un anno di distanza da quanto avvenuto nel prototipo), sceneggiatore e regista sono unicamente interessati a proseguire, approfondendola, l’analisi metacinematografica apportata al linguaggio del cinema horror balenata in Scream. Ecco spuntare dal cilindro Stab, film nel film ispirato ai fatti di sangue in quel di Woodsboro, che vedrebbe come “protagonista” Tory Spelling nel “ruolo” di Sidney (un’attrice che dovrebbe interpretare quanto impersonato da una collega…).


Scream 2 nasce come esperimento geometrico dalla collocazione prismatica, poliedro di celluloide con due poligoni uguali per base (i due film all’interno di uno) che poggiano su piani paralleli (le due diverse forme di narrazione, una destinata a rileggere il passato l’altra concentrata sugli eventi futuri). L’intuizione è da 30 e lode, uno step di partenza che certifica, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la bontà intellettuale del prodotto e le ambizioni grammaticali degli ideatori convinti, più che mai, di poter scrivere e dirigere il film horror definitivo, ridefinendolo dall’interno un genere che diventa ambasciatore dei suoi tratti riconoscibili. La metacinematografia, da elemento, diventa struttura. Scream, infatti, aveva come obiettivo il raddoppio dello stupore/orrore: da una parte il colpo di scena figlio della suspense omicida, dall’altro il tentativo di aggirarlo facendo seguire ai propri interpreti un vero e proprio manuale di sopravvivenza. Scream 2 mira ancora più in alto: riscrivere le regole elencate nell’episodio numero uno al fine di moltiplicarne le potenzialità metacinematografiche, mettendo così lo spettatore di fronte ad un doppio allo specchio, quindi un quadrato della tensione, ovvero una nuova coppia di omicidi che tenta di mimare le gesta dei maestri defunti, mentre sulle imprese di questi ultimi si sta già per dirigere un film che è finzione nella finzione.


Non un sequel qualsiasi, bensì un vero e proprio atto “alla seconda”, dove le continue letture al quadrato costringono Williamson ad un superlavoro di scrittura, che farcisce lo script di sospetti, indizi, supposizioni e rimandi extrafilmici non sempre funzionali al chiaro dipanarsi degli eventi (questo per tacere delle modifiche apportate in corsa, manovra forzata a causa di una copia della sceneggiatura finale finita su internet a riprese iniziate). Un male minore che, se da un lato posiziona Scream 2 su un gradino inferiore rispetto alla completa riuscita di Scream, ne esalta i nobili intenti linguistici, oltre a liberare, quasi involontariamente, la vena delirante di Craven, capace di dare il meglio di sé in passaggi che si riducono alla solo messa in scena della paura: siano i teatri che richiamano la tragedia greca, i cinematografi, le sale d’incisione o la magnifica sequenza che fa da prologo al racconto.


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