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Stefano Sollima: «Ecco come ho conquistato l’America»

10/16/2018 23:42

Andrea Desideri

Intervista,

Dopo Gomorra e Romanzo Criminale, Sollima esce in sala con Soldado: abbiamo parlato con lui di questa nuova produzione e di come si fa il cinema Oltreoceano

Stefano Sollima arriva soddisfatto al centro di Roma, dove si svolge la presentazione alla stampa del suo nuovo film Soldado: una soddisfazione che ha l’aria dell’ennesima conquista. Sollima prima si è preso Roma, citando bRomanzo Criminale/b, la serie che l’ha reso celebre, poi l’Italia e adesso l’America.


Uno dei pochi autori nostrani – perlomeno nel recente passato – che è riuscito a fare il salto di qualità andando oltre i nostri confini, da coloro che il cinema lo fanno in grande stile. Con altri budget e produzioni ben più grandi. Senza limiti, apparentemente, ma con tante regole. Forse troppe.


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Per questo Stefano Sollima ha definito Soldado come un’opportunità per chi fa il suo mestiere che, però, mette «troppa pressione addosso» perché «il regista rischia di perdere la propria specificità, data la vastità di persone della produzione con cui si entra in contatto».


Ha poi aggiunto: «Imporre sempre e comunque la propria visione e la propria idea, in determinati contesti, diventa quasi un traguardo. Un qualcosa che va difeso ad ogni costo, perché l’impronta di un regista resta il motivo per il quale viene chiamato ma rischia di venir schiacciata da altre esigenze».


I progetti negli States sono più vasti: il regista è un ingranaggio di un meccanismo più ampio. «Si parte dal presupposto che, in Europa, il regista abbia un controllo creativo che è molto più forte. Perché il sistema produttivo in Europa è più semplice: normalmente c’è un produttore, un distributore, quindi ci sono meno parti in causa».


«In America, il sistema produttivo è estremamente più complesso perché tu hai un produttore che detiene i diritti della proprietà letteraria, ad esempio, poi hai uno studio che finanzia il film, un distributore: gli studios».


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«Non interagisci con un produttore, ma interagisci con un executive che lavora per lo studio. Poi hai il distributore estero. Quindi, tu, quando inizi a lavorare, non sei solo con un altro che condividi un progetto; sei tu che condividi un’opera con altri otto, di cui due – ogni tanto – cambiano. Diciamo che, in un contesto del genere, è molto più facile perdersi. È facile perdere il tuo tocco, che è il motivo per cui loro ti chiamano».


Il ruolo del regista può diventare davvero marginale, Stefano Sollima ne era ben consapevole quando ha accettato questo progetto, ecco perché la sua opera, oggi, ha grande risalto. È riuscito a portare la sua impronta, laddove sembrava velleitario.


«Io penso d’esser stato molto insistente, non facendo parte di quel mondo ho potuto rimaner fermo e tranquillo nelle scelte. Son stato molto fortunato ad avere dei produttori illuminati che volevano determinate cose, quindi hanno protetto e difeso le mie scelte»


L’altro aspetto che ha favorito molto la realizzazione del film è stato quello inerente ai btest di marketing/b: «Se tu fai un test di marketing e va male, possono anche toglierti di mano l’opera. Lo monta fisicamente un altro e va a girare un altro regista ancora. Non è che hai perso il controllo: di più!»


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«Lì, per esempio, noi abbiamo fatto la seconda proiezione di marketing che riportava numeri imponenti. A quel punto, mi hanno lasciato ulteriore spazio e questo è il risultato. Non è una cosa che puoi governare, un po’ fanno anche le circostanze e una serie di fattori che si vengono a creare. È tutto molto più scivoloso rispetto all’Italia».


L’ultima parte della chiacchierata è stata dedicata alla struttura dei personaggi in Soldado: «Alla fine gli attori sono tutti uguali, il meccanismo è lo stesso. Una volta che porti un’idea e riesci a conquistare il loro interesse e la loro fiducia, il gioco è fatto. Ovviamente, sempre con i dovuti modi, perché stai sempre parlando con gente del calibro di Benicio Del Toro. Non è che gli puoi dire fidati, devi comunque spiegare passo dopo passo. Tutto parte dalla tua visione, appena l’attore lo capisce il tipo di rapporto diventa simbiotico».


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