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Ritorno al cinema | Rivedere Titanic, in sala, vent'anni dopo

22/06/2020 19:00

Aurora Tamigio

Editoriale, james cameron, Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, Ritorno al cinema,

Ritorno al cinema | Rivedere Titanic, in sala, vent'anni dopo

La prima visione di Titanic, nel 1998, e l'ultima visione, nel 2018, al cinema: il film di James Cameron è un cult senza tempo

 

 

 

La prima visione di Titanic, nel 1998, e l'ultima visione, nel 2018, al cinema: il film di James Cameron è un cult senza tempo, da vedere e rivedere

 

 

Oggi sembra una freakness ammettere che tra gennaio e febbraio 1998 si andava a vedere Titanic al cinema ben più di una volta. Ai tempi, invece, era una cosa da veri fan. Un film, dalla sala, ci metteva almeno un anno ad arrivare in home video e si aspettava chissà quanto per vederlo in tv. Di attendere così tanto non ci pensavo nemmeno: e, così, in quei mesi ho anche io fatto parte di coloro che hanno visto Titanic di James Cameron più di una volta (ma meno di dieci) in sala.

 

Parliamo della prima, gennaio 1998. Non avevo ancora compiuto dieci anni e al cinema ci andavo con mio padre o con mio zio. Eppure quella sera, a vedere Titanic, ero con mia madre: già da quell’evento avrei dovuto capire che era un film speciale. Lo spettacolo era a un orario strano, le diciannove e trenta, e io non avevo mangiato niente per non rovinarmi la cena e i morsi della fame iniziavano a farsi sentire. Ma si erano interrotti più o meno subito. Stomaco attorcigliato, nervi tesi, un gelo addosso nemmeno ci fossi io in quel tratto di mare ghiacciato: la mia prima visione è stata un’esperienza solo emotiva. Sono andata a letto senza cena, quella sera, in preda alla disperazione e all’eccitazione. A casa guardavamo tanti film, ma non andavamo spesso al cinema: Titanic è stato il mio primo colossal, la scoperta di cosa vuol dire un transatlantico che si spezza in due sul grande schermo.

Lungo le visioni successive, è cambiato tutto. La seconda volta, con un’amica, ero già molto più cinica: non pensavo fosse più così sbagliato che Jack fosse morto e ritenevo Rose la vera eroina del film. Alla terza visione avevo letto così tanto sul transatlantico affondato la notte del 14 aprile 1912 e sul suo relitto, a tremila metri sotto il livello del mare, che della storia d’amore non mi importava niente e trovavo più avvincenti le parti del film con il cacciatore di tesori Brock Lovett. La quarta volta io e le mie amiche sapevamo ogni cosa del film, compreso che nessun Monet o Picasso era affondato con la Nave dei Sogni. Nel frattempo avevo scoperto James Cameron (per me l’incontro con il suo cinema è stata una camminata all’indietro, da Titanic a Terminator) e la sua - comprensibilissima - ossessione per il Titanic, iniziata con il ritrovamento del relitto nel 1985 e proseguita fino al 2003 con la realizzazione del documentario Ghosts of the Abyss (che fai, non te lo vedi?).

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Nel 2008 Titanic è tornato in sala, e anche io, per il suo decimo anniversario. Ma è stato nel 2018 il nostro ultimo grande incontro cinematografico: a raccontarvi quella visione cinematografica, in solitaria, mi sento tanto l’anziana Rose che apre il film. Solo che nel mio caso non sono passati ottantaquattro anni, ma “solo” venti. Così come nei ricordi di Rose, dove le superfici incrostate di alghe del Titanic si trasformavano nei pavimenti di legno lucido, le facce rivolte verso lo schermo nel 2018 diventavano nella mia mente quelle del 1998. Le espressioni erano le stesse, intente a seguire con attenzione le sequenze ormai diventate iconiche: l’uscita del transatlantico dal porto di Liverpool; la scena della cena in prima classe (con l'umorismo di Kathy Bates), il bacio al tramonto, l’orchestra che suona sul ponte fino alla fine.

 

La stessa immutata atmosfera da thriller incalzava Jack e Rose su per i comparti di terza classe, mentre le acque ghiacciate dell’Atlantico riempivano i livelli inferiori della nave. Il Titanic precipitava ancora una volta negli abissi, davanti ai nostri occhi, paralizzando tutti come la prima volta. Ho avuto, in quell'ottobre 2018 l’impressione di stare partecipando a un rito: la visione collettiva di Titanic. Avremmo tutti potuto rivedercelo a casa, su nostri divani e davanti alle nostre tv. E invece ci eravamo ritrovati qui, sulle poltrone del cinema, insieme. 

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Non so se Titanic è il film della mia vita, ma decade dopo decade scandisce il tempo che passa. Rose DeWitt Bukater (che, simbolicamente, diventa Rose Dawson solo alla fine, in un matrimonio sacro di quelli che solo le grandi sceneggiature ci sanno dare) si è conficcata nel mio immaginario sin dalla prima visione. Da bambina la bellissima inquadratura da sopra il cappello con cui James Cameron ce la presenta aveva su di me ha lo stesso effetto meraviglia della prua del Titanic che scompare nell’Atlantico. Quando ero un’adolescente tragica e romantica mi piaceva l’idea che lei e Jack non si sposassero, non facessero figli, non vivessero affatto felici e contenti ma si incontrassero nei sogni ogni notte, all’orologio.

Oggi la sequenza che, tutte le volte, mi stringe lo stomaco è quella dell’arrivo del Carpathia a New York: lo sguardo pietrificato che Rose scambia con un’altra donna di roccia, Miss Liberty. E ogni volta che riguardo Titanic mi pare sempre più giusto che sia sopravvissuta solo lei e non anche Jack. Sebbene, lo abbiamo appurato in questi ventidue anni, ci fosse eccome lo spazio per entrambi su quella porta.

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