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Tutti i motivi per cui He Got Game di Spike Lee è (ancora) un film straordinario

09/18/2020 19:10

Alfredo De Vincenzo

Approfondimento Film, Spike Lee, basket, Denzel Washington,

Tutti i motivi per cui He Got Game di Spike Lee è (ancora) un film straordinario

Tutto quello che ha reso He Got Game di Spike Lee un film straordinario, collocato in un anno straordinario per il basket

 

Tutto quello che ha reso He Got Game di Spike Lee un film straordinario, collocato in un anno straordinario per il basket

C’era una volta. Da bambini ci insegnano che questo è il modo giusto per iniziare il racconto di una favola, ma con il tempo ci si rende conto che può esser utile anche per raccontare alcune storie eccezionali. Storie fatte di scelte, spesso sbagliate, di strani destini che si incrociano, di attimi in grado di trasformare una storia normale in una straordinaria. E se Tony D’Amato - interpretato da Al Pacino - in Ogni maledetta domenica diceva che «la vita è un gioco di centimetri», come il football, nel basket è anche questione di decimi di secondo. Il basket è un insieme di storie, sportive e non solo, che prese singolarmente non sempre rendono l’idea della bellezza di questo sport. Ci sono annate che, per una serie di eventi, alcuni straordinari e altri sfortunati, fanno quasi da spartiacque. L’insieme delle storie diventa talmente unico che si parlerà per sempre di un prima e di un dopo. 


C’era una volta il 1998. Esiste un prima 1998 ed un dopo 1998. Dici 1998 e subito pensi a Michael Jordan, al suo The Shot. E qualcuno forse penserà anche a John Stockton ed a quella tripla, che era nelle sue corde, che finisce sul ferro proprio all’ultima sirena. Questione di centimetri e secondi, dicevamo. Il 14 Giugno 1998 i Chicago Bulls entrano nella leggenda conquistando il 2° Three Peat, e verranno ricordati come una delle squadre più forti di tutti i tempi. La più forte dice qualcuno, ma questa è un’altra storia. Quella fu anche la fine di quella squadra. Vicenda nota. Jordan si ritira nuovamente; Phil Jackson si prende un anno sabbatico prima di tornare a dominare con i Lakers di Kobe e Shaq; Scottie Pippen passa a Houston mentre Dennis Rodman a Los Angeles sponda Lakers.

La rifondazione di quei Bulls passa anche dal draft di dieci giorni dopo, nell’anno in cui si affacciano alla NBA gente come Antawn Jamison, Paul Pierce, Vince Carter e Dirk Nowitzki. La prima scelta assoluta tocca però ai Clippers, reduci da annate al limite del disastroso, e ricade su Michael Olowokandi. Ma il 1998 fu anche l’anno del lock-out, con le squadre ferme ai box fino a febbraio. E nell’attesa di iniziare il nuovo anno, Olowokandi viene spedito provvisoriamente alla Virtus Bologna allenata di Ettore Messina. Proprio la stessa Virtus che il 23 Aprile aveva vinto il primo titolo di Campione D’Europa contro l’AEK Atene al Palau Sant Jordi di Barcellona. Proprio la stessa Virtus che il 31 Maggio regalò al basket italiano uno dei momenti più belli ed emozionanti di sempre. Si, perché il 1998 fu l’anno del derby con la Fortitudo nella finale scudetto, e del 3+1 di Danilovic a 16 secondi dalla fine. Sembra una storia uscita da un romanzo di Čechov.

 

Tutti questi eventi (e in realtà molti altri), messi assieme, rendono il 1998 un’annata irripetibile nel mondo del basket. Ecco perché esiste un prima 1998 ed un dopo 1998. Eppure c’è un altro evento che contribuirà a rendere questa storia magica, avvicinandola alla favola. Esce infatti proprio quell’anno He Got Game di Spike Lee, regista che ama probabilmente allo stesso modo cinema e basket, essendo un tifoso dei Knicks.

 

Quando si parla di He Got Game non si può fare a meno di scindere due tipologie di storie: quelle che racconta il film e quelle del dietro le quinte.

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Il film racconta le vicende di Jesus Shuttlesworth, grandissima promessa del basket in procinto di scegliere l’Università migliore per le proprie ambizioni. Al giovane Jesus, di umile provenienza, si approcciano diversi personaggi. Il padre Jack, che sta scontando una pena per omicidio, che viene inviato dal direttore del carcere per convincere il figlio ad iscriversi all’Università per cui tifa il Governatore; Lala Bonilla, la ragazza di Jesus, che cerca di trarre vantaggio dal successo del giovane giocatore. E poi agenti o presunti tali, coach bizzarri e parenti arrivisti. 

Una di quelle storie destinate a rimanere immortali, incisa nel cinema da Spike Lee nel suo periodo migliore. He Got Game è un insieme di tanti tasselli che formano il puzzle perfetto, e passa dalle musiche dei Public Enemy e dalle interpretazioni di Denzel Washington (Jake Shuttlesworth) e Ray Allen (Jesus Shuttlesworth). 

 

«Il mio giocatore preferito di basket era Earl Monroe. Earl la perla. Era bravo. Tutti lo ricordano nei Knicks. Sai, li aiutò a vincere il secondo campionato mai io parlo di quando stava con i Bullets allo stadio Winston Salem prima della partita. 42 punti a partita, l’intera stagione. Ma i knicks l’hanno incatenato, gli hanno limitato il gioco, l’hanno bloccato come in una camicia di forza. Sai come lo chiamavano? Gesù. E sai perchè lo chiamavano Gesù? Perchè lui era la verità. Poi la stampa dei bianchi ha iniziato a chiamarlo il Gesu nero, sai, non poteva solo Gesù, doveva essere Gesù nero. Lui era la verità»

 

La sequenza iniziale del film è un inno alla poesia del basket, dei campetti in cemento tra cui spicca il celebre Chop Chop Land, dei canestri ricavati da vecchie scatole, dei bambini e degli adulti. Una bellezza che si contrappone alle brutture degli interessi economici, delle logiche di mercato dell’NCAA e del passaggio in NBA. 

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Interessanti sono i retroscena che contribuiscono a rendere He Got Game indimenticabile. In primis la presenza di Ray Allen, una delle promesse di quegli anni. Promessa mantenuta ovviamente, ma anche questa è un’altra storia. Spike Lee, per il ruolo di protagonista, aveva in mente una giovane promessa dell’NBA. Tra i candidati al ruolo c’erano, tra gli altri, Allen Iverson, scartato per l’atteggiamento annoiato durante il provino; Tracy McGrady, considerato troppo timido; Kobe Bryant, che ha rinunciato per proseguire gli allenamenti dopo il fallimento ai playoff. Ma il 4 Marzo del 1997 al Madison Square Garden arrivano i Milwaukee Bucks. La partita finisce 93-86 per i Knicks, con Ray Allen che mette a referto 17 punti.

 

Spike Lee, folgorato dal talento e dall’eleganza del giovane Ray, a fine partita invita il giocatore a fare un provino per il suo film. I Bucks rimangono fuori dai playoff, così Ray Allen, che non aveva mai recitato in vita sua, decide di fare il provino.

 

La scena da provare era un momento d’intimità con Sally Richardson, poi sostituita da Rosario Dawson, nel ruolo della fidanzata del protagonista. Spike Lee rimane sbalordito dalla professionalità di Ray Allen e decide di scritturarlo. Il giocatore si sottopone a otto settimane intense per imparare a recitare. Il resto è storia. Altro particolare non indifferente è la presenza, come comparse, di diverse star NBA, tra cui Michael Jordan, Shaquille O’Neill e Reggie Miller. Già, proprio Reggie Miller. In Gara 5 delle Eastern Conference Finals del 1994 Spike Lee aveva ingaggiato una battaglia contro la guarda degli Indiana Peacers a suon di trash talking. Classic Spike, verrebbe da dire. Durante l’ultimo quarto Reggie Miller, praticamente da solo, recupera lo svantaggio e vince la partita. Memorabili, oltre alla prestazione sublime, rimangono le immagini di Reggie che si prende gioco di Spike Lee, prima mimando lo strozzamento e poi urlandogli, a fine partita, «It’s over, bitch!».

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L’anno dopo Reginald Miller, per tutti Reggie, pubblicherà un libro, I Love Being The Enemy, in cui il numero 31 di Indiana confesserà apertamente l’avversione nei confronti dei Knicks, non risparmiando frecciate verso Spike Lee. Questa rivalità è stata ripresa, più recentemente, da ESPN in un documentario della serie 30for30 dal nome Winning Time. Questa comparsa, da un lato bizzarra, diventa l’ennesima dimostrazione che Spike Lee, a prescindere dalle rivalità sportive, rimane un conoscitore di talento. 

 

Tutto questo, e tanto altro ancora, ha reso He Got Game un film straordinario, collocato in un anno straordinario per il basket. Come a chiudere un cerchio, la forma perfetta. C’era una volta il 1998. Esiste un prima 1998 e un dopo 1998. 

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