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Rifkin’s Festival (2021), la recensione: ogni film di Woody Allen è una festività ricorrente

02/05/2021 17:12

Cristiano Salmaso

Recensione Film, Film Commedia, Woody Allen, Film USA, Louis Garrel, Wallace Shawn, Christoph Waltz, Gina Gershon, Vittorio Storaro,

Rifkin’s Festival (2021), la recensione: ogni film di Woody Allen è una festività ricorrente

Questo 50esimo sogno di celluloide non è che l’ennesima rivisitazione del mondo di Allen: si gira sempre attorno a quelle 10 cose per cui vale la pena vivere

Un aggettivo ormai non più spendibile per una pellicola di Woody Allen è “imprevedibile”: il suo ultimo solito film, arrivato finalmente in sala, celebra però il cinema e i suoi luoghi quantomeno con una curiosa lungimiranza. La trovata di ambientare Rifkin’s Festival nel contesto di un film festival (quello di San Sebastian), dopo un anno di digiuno cinematografico finisce infatti per rivelarsi particolarmente gratificante.

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La trama altro non è che il solito canovaccio, sul quale Allen gioca da decenni. Mort Rifkin è un professore di cinema in pensione e scrittore in crisi, sposato con Sue, che nel cinema lavora come addetta stampa.

Quando lei parte per San Sebastian per affiancare un giovane regista, Mort decide di seguirla per fugare il proprio sospetto di tradimento; grazie all’incontro con Jo, dottoressa affascinante e sognatrice a sua volta in crisi di coppia, il destino servirà anche a Mort un nuovo giro di carte. Un giorno di sole a San Sebastian, che ripartendo da dove si era fermato l’ultimo capitolo, mette in scena lo stesso film cambiando solo lo sfondo e gli attori.

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A 85 anni suonati, Woody Allen parte per una settimana spagnola che non verrà ricordata come una delle più riuscite, ma che certo non manca di entusiasmo e joie de vivre: tanto cuore, pure troppo, che alla lunga finisce per sfiancare anche il film (anche in Midnight in Paris era andata così); ma Rifkin’s Festival, trasformando i sogni del suo protagonista in incursioni nel vecchio cinema, riesce comunque a ravvivare una sceneggiatura un po' stanca.

Un po' come ne La rosa purpurea del Cairo, Rifkin si ritrova così dentro i “suoi” film: sono le parti migliori, dove esce la verve comica del regista, che nella storia resta invece sottotono. Eccolo in bici come Jules et Jim, con la slitta di Quarto potere, dentro un film di Fellini, di Godard, o meglio ancora, di Bergman: la partita a scacchi con la morte, che gli consiglia la dieta per tenersi in forma, o il monologo di Persona, che passa alla lingua svedese non appena si nomina Dio. Solo l’umorismo di Allen poteva deridere così uno dei suoi venerati maestri.

Rifkin’s Festival funziona grazie alla solita autofiction del regista. La psicanalisi (il film è un monologo con l’analista), l’ipocondria, il rapporto con la fede, con le donne, con le proprie aspirazioni: «Che tristezza, sei un intellettuale non un poeta» rinfaccia Sue a Mort, ma è in realtà il solito Woody che strapazza se stesso. Funziona grazie al suo inconfondibile stile, dai titoli di testa con una canzone jazz alle incantevoli luci del fidato Vittorio Storaro alla fotografia.

Funzionano un po' meno bene i protagonisti, proprio come era successo nell’altro film spagnolo Vicky Cristina Barcelona, nonostante anche qui si tratti di un cast infallibile sulla carta: a partire da Louis Garrel (che nel film si chiama Philippe come il padre, firma prestigiosa della seconda nouvelle vague alla quale non si risparmia una stoccata), passando per la televisiva Gina Gershon, fino all’alleniano Wallace Shawn (che però qui non è uno dei più efficaci alter ego).

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Ma in fondo ogni film di Woody Allen è come una festività ricorrente: c’è quella perfettamente riuscita e quella un po' meno, e certo, tutti noi rimpiangiamo lo splendore delle feste di tanti anni fa.

Questo cinquantesimo sogno di celluloide non è che l’ennesima rivisitazione del suo mondo: si gira sempre attorno a quelle dieci cose per cui vale la pena vivere, e alle sue infinite varianti: «il boulevard Saint Michel in una giornata di pioggia, ecco la felicità». Rifkin’s Festival arriva come una boccata d’aria per lo spettatore che era ormai col fiato corto; potrebbe storcere il naso chi alla fine non dice sì ad ogni film di Woody, sempre e comunque. Ma può davvero esistere uno spettatore così?

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Genere: commedia

Paese, Anno: USA/Spagna/Italia, 2020

Regia: Woody Allen

Sceneggiatura: Woody Allen

Fotografia: Vittorio Storaro

Montaggio: Alisa Lepselter

Interpreti: Elena Anaya, Louis Garrel, Gina Gershon, Sergi López, Christoph Waltz, Wallace Shawn

Musiche: Stephane Wrembel

Produzione: Gravier Productions, The Mediapro Studio, Wildside

Distribuzione: Vision Distribution, Wildside

Durata: 92 min

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