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Adagio (2023), la recensione del film di Sollima: la crisi di un action che si finge film d'autore

14/12/2023 19:00

Marco Filipazzi

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Adagio (2023), la recensione del film di Sollima: la crisi di un action che si finge film d'autore

Adagio si apre proprio con la veduta aerea di una Roma notturna e distopica, assediata da un incendio che divora le periferie.

Stefano Sollima è uno su cui è sempre valsa la pena scommettere. Parliamo di un regista (figlio d’arte, ok, ma che comunque si è fatto anche la gavetta) che ha esordito con Romanzo Criminale – La serie: arrivata nel 2008, quando in Italia spopolavano I Cesaroni e l’ennesima stagione di Distretto di polizia, ha dimostrato senza mezzi termini che era possibile raccontare anche altri tipi di storie. E soprattutto…in un altro modo! 

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Gomorra - La serie la ricordate? Frullava spaccati di ordinaria malavita, spunti tratti dal romanzo di Roberto Saviano e un'estetica coatta alla Baz Luhrmann (a base di madonne al neon e mobilio laccato d’oro ovunque); il tutto parlato in napoletano stretto. 

 

Parliamo di uno che è arrivato negli Stati Uniti e ha raccolto il testimone di Denis Villeneuve, trovandosi a dirigere mostri sacri come Benicio DelToro e Josh Brolin e portando comunque a casa un risultato da chapeau

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Quindi, dopo il banco di prova americano (anche Senza rimorso è un action solidissimo) che cosa mai poteva andare storto con Adagio? Beh, non è facilissimo risalire alla causa, ma sicuramente qualcosa è andato storto.

 

Stefano Sollima torna in Italia dopo la parentesi Oltreoceano e si presenta direttamente sul red carpet in concorso a Venezia 80. La sensazione è quella che voglia chiudere il discorso della sua “trilogia romana”, iniziata con ACAB – All Cops Are Bastards e proseguita con Suburra, mettendo Roma sotto una lente d’ingrandimento: nel primo caso per indagare luci e ombre di un gruppo di celerini; nel secondo per dipingere l’affresco di una città marcescente, corrotta e priva di morale a ogni livello. 

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Adagio si apre proprio con la veduta aerea di una Roma notturna e distopica, assediata da un incendio che divora le periferie e provoca ciclici black out che inghiottono tutto nell’oscurità mentre le auto continuano a sfrecciare inesorabili. Ci sarebbe anche tutto un parallelismo da tracciare tra Adagio e L'ultima notte di Amore (uscito 6 mesi fa), ma non è ora il momento di farlo. 

Questo è il primo passo falso di Sollima: una premessa distopica che resta fine a sé stessa, che non viene minimamente approfondita, e soprattutto non trova nessuna eco nella narrazione. 

 

È l’ingombrante metaforone della società sull’orlo del baratro? Se così fosse, sarebbe anche troppo didascalico. 

Su questo sfondo si muovono un pugno di personaggi che si barcamenano sul confine del degrado umano e sociale. Sono fantasmi, spettri di qualcosa che è stato e ora non è più; derelitti che onorano un codice criminale ormai estinto. A dar fisicità a questi personaggi c’è un cast di altissimo livello, fatto da attori che interpretano ruoli al limite, diversissimi da come siamo abituati a vederli: Toni Servillo storpio e demente, Valerio Mastandrea cieco e stanco, un glabro e irriconoscibile Pierfrancesco Favino

 

A risvegliare questi tre fantasmi c’è una storia lineare e classicissima: un ragazzo, Manuel (Gianmarco Franchini, anche lui perfettamente in parte) che si trova suo malgrado invischiato in un giro più grande di lui e cerca con tutte le forze di tirarsene fuori. 

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Inutile dire che nel corso della sua fuga, che lo porterà a risvegliare dal torpore questi derelitti, le cose precipiteranno. 

Adagio rende onore al titolo che porta, raccontando la propria storia con un ritmo lento ma cadenzato, facendola scivolare dalle note del poliziesco sino a quelle del noir. 

 

Ciò che manca è una reale partecipazione da parte dello spettatore, che per l’ennesima volta si trova faccia a faccia con una storia criminale troppo superficiale e incapace di scavare nel pubblico come dovrebbe. A tratti stanca, come i personaggi che mette in scena.

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Il problema di Adagio è che probabilmente Sollima voleva dimostrare di essere anche un autore. Di saper usare le metaforone e i silenzi anziché la tensione delle scene d'azione e il rumore degli spari. Ma perchè? Stefano Sollima è un regista di genere, il migliore a dirigere action in Italia, e non c'è nulla di male in questo, anzi! Dopo la parentesi americana era lecito aspettarsi qualcosa di più, qualcosa di si crepuscolare (e Adagio lo è tantissimo), ma che non scadesse nei più banali cliché da film italiano, inteso nella peggiore accezione del termine.

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Una premessa distopica tradita sul nascere, che rimane puro vezzo di autorialità. Il romanesco che più ostentato non si può, quasi come se fosse l’unica lingua possibile in un film italiano. I dialoghi strascicati sottovoce (davvero, ma perché non ce la facciamo a registrare tracce audio decenti?), che rasentano l’incomprensibile a più riprese. 

Di questo ritorno in patria di Sollima ci resta senza dubbio l’affascinante ritratto di una Roma buia, sporca e lontana dai monumenti iconici, ritratta come “una Los Angeles ma con le rovine” come direbbero ne Le regole dell’attrazione: alcune inquadrature davvero suggestive (la pioggia di cenere verso il finale) e l’interpretazione indiscutibile dei suoi protagonisti. Peccato che tutto ciò non venga supportato da una sceneggiatura all’altezza. Peccato che gli ottimi registi di genere vogliano dimostrare di essere autori a tutti i costi.


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Genere: noir, poliziesco

Paese, anno: Italia, 2023

Regia: Stefano Sollima

Sceneggiatura: Stefano Bises, Stefano Sollima

Fotografia: Paolo Carnera

Montaggio: Matthew Newman

Interpreti: Adriano Giannini, Francesco Di Leva, Gianmarco Franchini, Lorenzo Adorni, Pierfancesco Favino, Silvia Salvatori, Toni Servillo, Valerio Mastandrea

Colonna sonora: Subsonica

Produzione: AlterEgo, The Apartment, Vision Distribution

Distribuzione: Vision Distribution

Durata: 127'

Data di uscita: 14/12/2023

 

 



 

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