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Festival (1967) di Murray Lerner, il documentario sul Newport Folk Festival

03/07/2025 21:00

Claudio Cinus

Recensione Film, mikio-naruse, film-drammatico, film-giappone,

Festival (1967) di Murray Lerner, il documentario sul Newport Folk Festival

In bianco e nero, girato da quattro cameraman, pieno di musica ma al tempo stesso a contatto diretto col pubblico per cogliere lo spirito di quei tempi.

Quanto sia stato musicalmente e culturalmente rilevante il Newport Folk Festival all'inizio degli anni Sessanta è stato ben rappresentato in A Complete Unknown di James Mangold, in cui è stato ricostruito con grande cura. È altamente probabile che una delle fonti principali sia stata Festival di Murray Lerner, documentario del 1967 proiettato nel corso di Il Cinema Ritrovato all'interno di una sezione dedicata ai film a tema musicale girati in 16mm. In quegli anni, il contemporaneo sviluppo dei grandi festival musicali e degli strumenti di ripresa leggeri portò a una fioritura del genere cinematografico dei film concerto: Festival è uno di essi, girato in bianco e nero da quattro cameraman, pieno di musica ma al tempo stesso girato a contatto diretto col pubblico per cogliere lo spirito di quei tempi.

Il Newport Folk Festival ha fatto la storia della musica

I nomi che si alternano sul palco sono tra i più noti del folk, molti dei quali ritratti anche nel film di Mangold con Timothée Chalamet: Bob Dylan, Joan Baez, Pete Seeger, Johnny Cash, Peter Paul and Mary (per cui il regista sembra avere una predilezione, a partire dall'averli scelti per la musica dei titoli di testa con le immagini del pubblico che accede all'area dell'evento). Per mettere più musica possibile, spesso sono stati selezionati solo degli estratti, ma la testimonianza musicale resta di altissimo livello.

Come è cambiato dal 1967 il documentario musicale

Le riprese dei concerti si sono molto evolute e professionalizzate nel corso dei decenni. Ciò che vediamo in Festival, pur con l'uso opportuno di più punti di ripresa anche durante le esibizioni, è più simile al giornalismo underground che alterna immagini su e giù dal palco per fornire un quadro completo dell'evento. La maggior parte delle riprese musicali sono fatte dal basso, da un operatore sistemato sotto il palco: quasi non c'è separazione tra l'artista che si esibisce e chi lo osserva, con una vicinanza fisica che ricorda quel rapporto diretto col pubblico oggi impossibile per motivi di sicurezza. Non essendo, allora, le esibizioni particolarmente curate, la carenza di campi lunghi non toglie nulla allo spettacolo, mentre il punto di vista ravvicinato, spesso dal basso, è coerente con il compito di dare il giusto rilievo a parole e musica che ambivano ad andare oltre l'intrattenimento.

Bob Dylan al Newport Folk Festival

La testimonianza storicamente più rilevante è la ripresa dell'esibizione di Bob Dylan del 1965, con la celebre svolta elettrica dettagliatamente raccontata in A Complete Unknown. Eppure passa quasi inosservata, in sordina, come se fosse un pezzo musicale qualsiasi in mezzo a tanti altri pezzi musicali di valore comparabile. La mitizzata protesta del pubblico per l'esecuzione di Maggie’s Farm qui resta completamente invisibile, mentre Dylan canta non troppo diversamente da quanto lo avevamo già visto fare in precedenza; il flusso musicale è ininterrotto e manca qualsiasi elemento temporale per capire a ogni esibizione in quale anno ci si trovi, come se il festival potesse essere considerato un unico lungo evento pluriennale.

Un aspetto che effettivamente è stato recepito dal film di Mangold è la convinzione, diffusa tra artisti e pubblico, della grande rilevanza sociale della musica folk: una specie di auto convinta superiorità culturale che però contribuì a creare una comunità compatta e partecipe, coinvolta dagli artisti anche nei momenti di pausa lontano dal palco, che sono stati opportunamente ripresi e alternati alle esibizioni ufficiali. Se poi Dylan appare sfuggente proprio come nell’interpretazione di Chalamet, lo stesso non si può dire di una generosa Joan Baez, che si concede persino a un’intervista in automobile: le sue parole sull’eccessiva mitizzazione degli artisti da parte del pubblico sembrano una profezia sul futuro della musica, con la separazione sempre più netta, soprattutto rispetto alla comunione d’intenti di Newport, tra l’artista e un pubblico da tenere prudentemente a distanza.


Paese, anno: USA, 1967

Regia: Murray Lerner

Fotografia: Francis Grumann, Murray Lerner, Stanley Meredith, George Pickow

Montaggio: Howard Alk

Interpreti: Joan Baez, Bob Dylan, Peter, Paul & Mary, Donovan, Judy Collins, Mike Bloomfield, Paul Butterfield Blues Band, Son House, Theodore Bikel, Odetta, Mimi and Dick Fariña, Mississippi John Hurt, Jim Kweskin Jug Band, Howlin’ Wolf, Pete Seeger. 

Produzione: Patchke Productions
Durata: 96’


 

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