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Arrapaho (1984) di Ciro Ippolito, la recensione: cult o film più brutto del cinema italiano?

01/07/2025 20:00

Claudio Cinus

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Arrapaho (1984) di Ciro Ippolito, la recensione: cult o film più brutto del cinema italiano?

Ha senso domandarsi se Arrapaho di Ciro Ippolito sia davvero il film più brutto della storia del cinema italiano?

Le classifiche che riguardano il cinema (e l’arte in generale) hanno sempre un valore soggettivo, a maggior ragione quando sono classifiche negative; perciò ha senso domandarsi se Arrapaho di Ciro Ippolito sia davvero il film più brutto della storia del cinema italiano, come qualcuno sostenne nel 1985 dopo l’uscita in sordina nei giorni di Ferragosto, preludio però a un grande successo di pubblico? 

 

L’opportunità per ragionarci l’ha offerta Il Cinema Ritrovato di Bologna che lo ha inserito nel programma della sua 39ª edizione. Persino Alice Rohrwacher, durante la sua lezione di cinema tenuta da casa sua in videoconferenza anziché a Bologna a causa di un malanno, ha confessato che sarebbe stata una delle proiezioni alle quali avrebbe voluto partecipare, incuriosita dall’opportunità di vederlo in un contesto così particolare. Avrebbe faticato a trovare posto, perché la proiezione al Cinema Europa, alla presenza del regista e del padrino del cinema stracult Marco Giusti, era sold out. 

Il film “alla Monty Python” di Ciro Ippolito

Ciro Ippolito ha ripetuto che voleva fare un film alla Monty Python e che l'occasione si presentò quando coinvolse gli Squallor, gruppo musicale demenziale che aveva appena realizzato l'album Arrapaho e i cui membri accettarono di partecipare al progetto. Il materiale sufficiente per realizzare un intero lungometraggio non c'era, ma Ippolito aveva una sua idea su come concretizzare il proposito di fare un film comico: scrivendolo e dirigendolo volutamente male. Ecco perché è recitato male da pessimi attori, è tecnicamente pieno di errori, palesa la sua amatorialità come punto di forza.

Questo film nato per essere brutto ha ovviamente una trama risibile, creata riprendendo i nomi dei finti nativi americani della canzone degli Squallor: senza perderci troppo tempo, è la storia d'amore piena di ostacoli tra Arrapaho della tribù degli Arrapaho, e Scella Pezzata della tribù dei Cefaloni. C'è anche una terza tribù il cui nome oggi sarebbe certamente più controverso da usare, i Froceyenne: ma per essere un film del 1985, pur con tutte le rozzezze del caso, presenta una società dove l'amore libero, anche tra maschi, è tranquillamente accettato e pertanto viene integrato nella trama.

Arrapaho è un film brutto o bellissimo?

Fare male apposta un film affinché faccia ridere è un'idea che ha fondamenta molto fragili. Può funzionare all'inizio perché il dilettantismo elevato a produzione cinematografica distribuita nelle sale è spiazzante e ridicolo: ma non può far ridere per più di qualche minuto. L'altro grosso problema di Arrapaho (che tutto sommato è meno sconcio di quanto ci si potrebbe aspettare dal titolo sessualmente ammiccante) è quanto sia fortemente legato all'epoca in cui è stato realizzato, e non solo perché gli Squallor oggi sono pressoché dimenticati. Molte battute e situazioni narrative presentano rifermenti socioculturali che necessiterebbero di note a margine per gli spettatori più giovani: se il nome di Pippo Baudo dice ancora qualcosa (anche se compare sempre più raramente in televisione), ormai non è più altrettanto vero per Cesare Ragazzi che ebbe la sua maggiore notorietà negli anni Ottanta, e per capire i riferimenti a Giuseppe Zamberletti bisogna avere una buona memoria della politica di quegli anni.

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Un cult anni 80

C'è un altro elemento profondamente legato agli anni Ottanta che è stato integrato nella trama con una scelta sagace, anche se dettata solo dalla necessità di aumentare la durata di un film senza trama: ci sono delle interruzioni pubblicitarie, come da qualche anno avveniva regolarmente nelle televisioni private durante la trasmissione dei film, nonostante la ferma contrarietà di buona parte del mondo del cinema italiano guidato da Federico Fellini. Alcune di esse sono tra i momenti migliori perché paradossalmente, a differenza del resto, sono state ideate con un minimo di cognizione di causa: i finti spot sulla carne in scatola, sul preservativo, sul viaggiare in tram, possiedono una comicità ancora accessibile perché prendono di mira gli inganni sempre validi dei meccanismi pubblicitari.

L'altra trovata che funziona ancora bene sono i titoli di testa e di coda accompagnati da testi scritti (quello iniziale è anche recitato) nonsense e politicamente scorretti; ulteriore dimostrazione che la comicità meditata regge molto meglio di quella basata sulla mediocrità esibita. Le risate, comunque, non sono mancate, durante la proiezione al Cinema Ritrovato; ma c'è stato anche chi si è stancato ed è uscito prima della fine.


Paese, anno: Italia, 1984

Soggetto: Ciro Ippolito

Sceneggiatura: Ciro Ippolito, Daniele Pace, Silvano Ambrogi

Fotografia: Giuseppe Bernardini

Montaggio: Carlo Broglio

Scenogragia: Riccardo Buzzanca

Musiche: Toto Savio

Interpreti: Urs Althaus, Daniele Pace, Alfredo Cerruti, Tini Cansino, Armando Marra, Giancarlo Bigazzi, Marta Bifano, Gigio Morra

Produzione: Lux International 

Durata: 99'

 


 


 


 

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