Il film è uscito nelle sale da un paio di mesi e, oltre a portare sullo schermo grandissimi dinosauri, ha smascherato la nostra patologia: siamo tremendamente nostalgici.
L’ultimo film della saga giurassica, diretto da Gareth Edwards e scritto da David Koepp, sembra essere il migliore di questo slot di sequel/remake: il merito va soprattutto allo sceneggiatore, ormai storico, e all’interessante scelta dell’uso della pellicola. Inutile dire che reggere il confronto con il primogenito è impossibile. E il vero problema sta nella natura intrinseca del film che, perfettamente in linea con la deriva della pop culture contemporanea, è un sequel che rinnova ma non troppo, con un forte citazionismo funzionale a stimolare il grande sentimento di nostalgia rappresentativo degli odierni spettatori.
Così “La Rinascita” diventa un omaggio sentito a un film che non potrà mai più essere realizzato e che Jurassic World: Rebirth non sarà mai, denunciando così la propria assenza di originalità e smascherando un intero sistema disfunzionale che sta alla base dell’industria cinematografica odierna. A cui noi abbiamo inconsapevolmente scelto di aderire.
Il sequel (ennesimo) di Jurassic Park è una formula consolidata
Come una formula chimica imparata a memoria, l’opera combina perfettamente gli elementi scelti in modo scrupoloso e che le garantiscono la riuscita poiché sono i cardini del film di Spielberg: personaggi con la profondità che permette allo spettatore di affezionarsi, la dinamica dei gruppi che seguono parallelamente la stessa pista, e l’iconica colonna sonora. Nonostante ciò, questi ingredienti combinati insieme non sono stati in grado di generare un’opera di successo ma hanno soltanto rivelato le nostre ansie più profonde e, in una seduta di psicoterapia, ci hanno aiutato ad elaborare il trauma: i colossal di Spielberg & Co. non torneranno più ed è giusto così.

Nonostante Jurassic World: Rebirth abbia portato consapevolezza, restano ancora dubbi da risolvere: è veramente questa la fine di tutti i sequel? Il nostro panorama mainstream ci rappresenta davvero? E soprattutto, quanti T-Rex devono ancora morire affinchè riusciamo a capire come direzionare al meglio la nostra cultura popolare?


Come curare la nostra nostalgia cinematografica (spoiler: non saranno i sequel a salvarci)
Il cinema ce lo ha dimostrato e dobbiamo imparare a farci i conti: siamo nostalgici, anche nei confronti di un passato che non abbiamo veramente vissuto; così i film sono in grado di rappresentare in modo profondo le dinamiche che regolano la nostra collettività, la nostra cultura e persino la nostra economia. Siamo una società di malinconici, insoddisfatti del proprio presente e saturi del doverci fare i conti, per questo fuggiamo con moderne forme di escapismo verso tempi più sereni, di cui possiamo conservare ancora qualche foto e dei bellissimi capolavori.
In parole povere, abbiamo un atteggiamento diametralmente opposto rispetto a quello rappresentato dal Neorealismo del Dopoguerra: anziché guardare la cruda realtà del presente, privilegiamo atmosfere che conosciamo già e che quindi siano confortanti. Questo restringe la ricerca della novità nel rassicurante recinto del “già noto”, senza girarci del tutto di spalle, come se, partendo per un’avventura, ci spingessimo solo fino al cortile di casa ma puntando il cannocchiale verso l’orizzonte.

Il “cinema riciclato” e il suo successo si basano proprio su questo: sono il rifugio dalla nostra realtà, il già noto non presenta alcun rischio per le nostre stanche menti.
Ma c’è un’altra cosa che Jurassic World: Rebirth ci ha dimostrato: la potenza di un film non sta nella sua “miscela” ma nella sua coraggiosa originalità, che qui manca. L’effetto nostalgia non è così salvifico come pensiamo, da un lato ci chiude nella nostra zona di confort e non ci permette di entrare in contatto con film meritevoli e originali, dall’altro questo sistema industriale è una sconfitta totale: la modernizzazione di storie che conosciamo spesso le stravolge e non ci soddisfa, e i guadagni sicuri non compensano la delusione del pubblico.
Sogniamo l’era dell’eterno, delle saghe senza fine, ma, tornando alla seduta di terapia, questo non è ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Ci servono nuove protezioni per affrontare un presente in continua trasformazione e il passato non è in grado di fornircele. Dobbiamo trovarle da soli, magari in nuovi generi cinematografici che non abbiamo ancora considerato, oppure in opere che meritano di essere sviluppate.

La nostalgia è un modo efficace per comprendere il presente, ma per veicolare il futuro abbiamo bisogno di sfruttare il nostro smarrimento. Non di abbandonarci all’insoddisfazione. In questo i dinosauri, con la loro definitiva estinzione, rappresentano proprio la metafora perfetta.



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