Ogni anno, tra agosto e ottobre, i principali festival del mondo ospitano i film più attesi della nuova stagione, destinati a essere protagonisti anche in tutte le premiazioni che si susseguono fino agli Oscar. In mezzo a tanti grandi film di registi famosi e con star di rilievo, è riuscita a farsi notare anche una piccola produzione canadese-ungherese: Blue Heron, primo lungometraggio di finzione diretto da Sophy Romvari. Dalla vittoria dello Swatch First Feature Award per la migliore opera prima al Locarno Film Festival, all’invito nella sezione di cinema libero e innovativo Zabaltegi-Tabakaleradel Festival di San Sebastián, passando per l’ottima accoglienza a Toronto, il passaparola ha reso questo film uno dei più apprezzati da critica e pubblico.
Di cosa parla il primo film di Sophy Romvari
Per la trentacinquenne regista canadese, la scelta del primo soggetto da portare sullo schermo in forma dí lungometraggio è stata molto personale: decidendo di raccontare una storia che riguarda la sua famiglia, ha riportato in superficie il suo stesso sguardo di bambina non del tutto consapevole degli eventi. Il suo scopo, come lei stessa ha dichiarato, era fornire un punto di vista nuovo sulle famiglie che affrontano al loro interno la presenza delle malattie mentali: quasi sempre è quello dei malati stessi, dei loro genitori o compagni, ma raramente dei fratelli o delle sorelle.
Un film diviso in due parti
La prima parte è dedicata ai ricordi d’infanzia di circa trent’anni fa. Una famiglia di origine ungherese si trasferisce nell’Isola di Vancouver: i due genitori hanno quattro figli, il maggiore dei quali, l’adolescente Jeremy, ha disturbi comportamentali che si manifestano in particolare con il rifiuto di ogni forma di autorità, diventando sempre più violenti e quindi pericolosi. La madre e il padre fanno tutto ciò che possono per prendersi cura di lui, ma è uno di quei casi difficili da gestire in cui non bastano né affetto né pazienza. I più piccoli della famiglia sono tenuti a restare semplici osservatori senza ruoli attivi: ma la bambina, la piccola Sasha (alter ego della della regista), percepisce e introietta con sensibilità tutto ciò che la circonda. Le immagini infatti coincidono in gran parte col suo punto di vista, curioso ma parzialmente ignaro proprio come quello degli spettatori; vediamo ciò che vede quando è presente, vediamo ciò che sbircia quando si intromette, e vediamo anche qualche sequenza che non potrebbe davvero ricordare, ma probabilmente ha credibilmente ricostruito a posteriori in base a ciò che ha capito o scoperto da adulta.
La seconda metà, invece, ha un approccio diverso ma perfettamente complementare. È ambientata quando Sasha è diventata adulta, un’età più adatta al desiderio di dare un senso compiuto ai fatti che hanno riguardato la sua famiglia e hanno segnato la sua crescita. Qui, abbandonato lo stile precedente, quasi onirico (deviando più di una volta nell’incubo), delle memorie cariche di dubbi e malintesi filtrate da un’anima contemporanea, si fondono generi diversi: una parte dell’indagine è di tipo documentaristico, quando chiede pareri professionali sulla condizione di Jeremy in base a documenti e fatti che riguardavano il suo caso clinico; poi Sasha torna nell’Isola di Vancouver e lì entra fisicamente nel suo stesso passato, osservando da dentro, ma da un punto di vista alternativo e carico di turbamento, ciò che da bambina non poteva concepire.

Sophy Romvari ha deciso di concedere all’incirca lo stesso spazio prima alle sue esperienze di bambina (interpretata da Eylul Guven), e poi di giovane adulta (interpretata da Amy Zimmer), perché i rapporti familiari non sono quasi mai cristallizzati nel tempo. La sua relazione col passato, col fratello di cui probabilmente a lungo non ha potuto o voluto parlare apertamente (per lo stigma sociale delle malattie mentali), con la sofferenza dei genitori, ha avuto varie fasi da rappresentare separatamente; se Jeremy è stato il fulcro attorno cui la famiglia ha dovuto ruotare, nel corso del tempo gli altri si sono dovuti adattare a lui e a ciò che ha rappresentato nelle loro vite.
Il modo in cui ha prima recuperato il suo sguardo infantile, poi lo ha sovrapposto a quello della persona che è oggi ma in una versione mediata dalla finzione cinematografica (peraltro senza neppure provare a schivare l’emotività della materia profondamente intima che ha trattato), esprime una lucidità e un’originalità che mettono in luce un talento narrativo già maturo.
Regia: Sophy Romvari
Interpreti: Ádám Tompa, Eylul Guven, Iringó Réti, Edik Beddoes, Amy Zimmer. Genere: Drammatico
Paese, anno: Canada/Ungheria, 2025
Durata: 90 minuti



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